PETROLIO: L’ANESTETICO LUCANO

Come la ricchezza del sottosuolo ha finanziato l’immobilismo di superficie


Come la ricchezza del sottosuolo ha finanziato l’immobilismo di superficie.

Purtroppo per noi lucani è sempre più difficile ritrovarsi in cima alle classifiche, se non quando si parla di problemi strutturali come lo spopolamento (che, no, non è una favola). Eppure c’è un primato che continua a definirci: il petrolio. E quando si parla di petrolio, spuntano sempre loro, le famigerate royalties, in parole semplici: una quota che le società pagano allo Stato per estrarre risorse. Una compensazione, sulla carta, che in molti Paesi ha finanziato sviluppo, infrastrutture, futuro, ma che in questa regione ha contribuito a creare un effetto anestetico: entrate straordinarie che contribuiscono alla spesa corrente. In altre parole, soldi nati per compensare un impatto strutturale, ambientale, economico e demografico, sono utilizzati spesso per gestire l’ordinario. Non investimento, ma manutenzione.

I numeri dell’estrazione ci fanno ben comprendere la qualifica di Texas d’Europa: 2,48 milioni di tonnellate di greggio secondo UNMIG nei primi 9 mesi del 2025 con una media di 65.000 barili giornalieri. Ma i numeri raccontano un rallentamento del 11%. 310.000 tonnellate in meno rispetto al 2024. 

Lo sfruttamento delle risorse però non è commisurato all’investimento nello sviluppo. Il petrolio estratto non resta qui. Viene trasportato nella raffineria ENI di Taranto, dove si genera valore industriale, lasciando alla nostra terra l’impatto ambientale e il rischio sanitario. Il profitto si produce altrove. Il quadro che emerge è quello di una dipendenza mal costruita: la Basilicata non si è arricchita con l’oro nero, ma ora non può più farne a meno. È un ricatto economico confermato dai numeri IRES-CGIL: 1.800 posti di lavoro a rischio e un’economia regionale che, privata delle estrazioni, vedrebbe colare a picco PIL ed esportazioni. I sindaci dei territori interessati si trovano in prima linea, costretti a tagliare i servizi ai cittadini ogni volta che i proventi petroliferi subiscono una flessione. La royalty infatti ha una variabile decisiva: la volatilità. Non esiste un canone fisso, ma una percentuale (il 10% per i giacimenti onshore) calcolata sul valore di ciò che viene estratto. Se il mercato oscilla, oscilla anche il guadagno pubblico.

Lo Stato devolve la sua quota del 30% alla Regione, che arriva così a percepire l’85% dell’ammontare totale (il restante 15% va ai Comuni estrattivi), un sistema che in trent’anni ha garantito oltre 2,5 miliardi di euro, con più di 140 milioni incassati nel solo 2024. Invece di finanziare infrastrutture o transizione post-idrocarburi, i milioni delle multinazionali finiscono spesso nel buco nero della gestione ordinaria: stipendi, sagre, sanità, consulenze e manutenzioni che dovrebbero gravare sulla fiscalità normale.

Il caso di Viggiano è il simbolo di questo corto circuito. Un comune di tremila anime che siede su una miniera d’oro, capace di incassare cifre che farebbero invidia a un capoluogo di regione, parliamo di quasi 200 milioni di euro da quando è presente il fenomeno estrattivo. Eppure, la trasparenza arranca: tra bonus gas, assunzioni e contributi a pioggia, è difficile rintracciare un disegno industriale di lungo periodo. Il risultato? Un benessere artificiale e dopato, che non crea economia reale ma dipendenza dal barile. Quando i pozzi si seccheranno, resteranno comunità abituate a standard insostenibili e territori privi di alternative economiche. Non stiamo investendo sul domani; stiamo pagando il mantenimento di un presente che non può durare. Il conto, salatissimo, lo pagherà chi resta.

Nel 2015, la Corte dei conti ha scoperchiato il vaso di Pandora con una deliberazione che è diventata una pietra miliare della mala gestione lucana caratterizzata dall’inerzia di chi dovrebbe guidare il cambiamento.

Il dossier della magistratura contabile parla chiaro: tra il 2001 e il 2013, l’85% di oltre un miliardo di euro di royalties è stato polverizzato in spesa corrente. 

Ma il problema non è solo come si spende, è l’analfabetismo progettuale. La Corte ha certificato un’incapacità gestionale che rasenta il dolo: sottostimando sistematicamente la quota vincolata allo sviluppo, la Regione ha smarrito per strada 48 milioni di euro solo nel 2015. Soldi “andati in perenzione”, tecnicamente evaporati perché nessuno è stato in grado di programmarli. Siamo la terra dei paradossi: ci hanno venduto il sogno della “Dubai d’Italia” o del “Texas lucano”, ma la realtà ha il fiato corto di una sagra di paese.

Il paradosso è tutto qui: una regione che garantisce ancora l’85,2% dell’estrazione nazionale e resta comunque tra le più povere d’Italia per PIL pro capite. Tradotto: estraiamo ricchezza, ma non la tratteniamo. Non siamo una realtà di ampie visioni, siamo piuttosto il condominio che usa il risarcimento danni delle trivelle per saldare le bollette arretrate e rifare il vialetto. Se il mondo arabo o la Norvegia cavalcano l’energia per dominare i mercati e costruiscono cattedrali nel deserto per inventarsi un dopo petrolio, la Basilicata la usa per non chiudere i battenti domattina. Una “potenza energetica” che non riesce a trattenere i suoi figli, ma che in compenso ha i cimiteri più curati e le sagre meglio fornite. Un miracolo al contrario, dove la ricchezza del sottosuolo serve solo a finanziare l’immobilismo di superficie.

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dalla redazione di NumeroZero

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