LA TERRA SENZA ACQUA

La crisi idrica tra disuguaglianze e abbandono


La Basilicata è una terra d’acqua. Lo racconta persino il suo stemma, con quattro onde azzurre che richiamano i suoi principali corsi d’acqua: Bradano, Basento, Agri e Sinni, che attraversano la regione e formano una fitta rete idrografica. Per questo la Basilicata è da sempre una delle aree più importanti del Mezzogiorno per disponibilità idrica: ogni anno produce in media circa un miliardo di metri cubi d’acqua e alimenta, oltre al proprio territorio, anche Puglia, Campania e Calabria.

Eppure proprio qui, in una regione che custodisce una risorsa tanto preziosa, la crisi idrica ha mostrato il suo volto più contraddittorio. La siccità e il cambiamento climatico hanno certamente aggravato la situazione: nel 2023 l’ISPRA ha registrato una diminuzione della disponibilità idrica nazionale del 18,4%, confermando una tendenza negativa ormai evidente da decenni, ma attribuire tutto alla mancanza di pioggia sarebbe troppo semplice. In Basilicata il problema non è solo naturale: è anche politico, infrastrutturale e gestionele.

Dal settembre 2024 circa 140 mila persone in 29 comuni, compresa Potenza, hanno vissuto razionamenti e disagi. Il lago Camastra, principale fonte di approvvigionamento dell’area, è arrivato quasi a secco: su una capacità di circa 32 milioni di metri cubi, ne restavano prima poco più di 4 milioni e poi a dicembre meno di 400 mila. Una crisi che, secondo associazioni e comitati, era prevedibile già dal 2019, quando erano emersi problemi legati alla sicurezza sismica della diga, costruita negli anni Sessanta. A questo si sono sommati ritardi nei lavori di manutenzione, collaudo e collegamento con altri invasi.

Il paradosso è che, dopo le difficoltà dell’anno precedente, le piogge abbondanti hanno riempito nuovamente gli invasi lucani: nei sei principali bacini sono stati accumulati oltre 337 milioni di metri cubi d’acqua, circa 100 milioni in più rispetto ai rilevamenti precedenti. In alcuni casi è stato perfino necessario sversare acqua per ragioni di sicurezza, dimostrando che l’abbondanza, da sola, non basta. Se gli invasi non vengono puliti, messi in sicurezza e potenziati, una parte della risorsa finisce sprecata.

Il sistema idrico lucano nasce negli anni Cinquanta e Sessanta per sostenere lo sviluppo agricolo della Basilicata e della Puglia; negli anni Settanta viene ampliato per rispondere anche ai bisogni civili e industriali.

Quelle grandi opere hanno però trasformato profondamente il territorio, generando criticità ambientali, idrogeologiche e paesaggistiche. Se da un lato hanno permesso lo sviluppo, dall’altro hanno anche lasciato alla Basilicata il peso di custodire l’acqua per gran parte del Mezzogiorno.

Oggi si aggiungono altri nodi: le perdite di rete, che nella provincia di Potenza arriverebbero al 71%, i timori per l’inquinamento da idrocarburi, il cosiddetto “paradosso del Basento”, usato come risorsa d’emergenza nonostante il suo passato industriale, e la sfiducia dei cittadini verso i controlli ufficiali. A ciò si somma la questione della gestione: dopo la liquidazione dell’EIPLI, dal 2024 è nata Acque del Sud S.p.A., società chiamata a gestire opere fondamentali, ma già al centro di critiche politiche e sindacali. Gli accordi tra Stato, Puglia e Basilicata risalgono al 1999 e appaiono ormai superati, mentre i crediti accumulati dalla Regione verso vari soggetti supererebbero i 150 milioni di euro.

È in questo scenario che l’acqua smette di essere una semplice risorsa naturale e diventa una questione sociale, economica e fortemente identitaria.

La situazione nella quale grava la nostra regione, ricca d’acqua ma povera di infrastrutture adeguate a distribuirla e conservarla in modo efficiente, è solo una delle tante contraddizioni che contribuiscono alla nostra lontananza dal resto della penisola. Difatti, questa frattura profonda non fa altro che sottolineare la condizione lucana, in cui alla centralità geografica e funzionale non corrisponde una reale centralità economica e politica.

Questa condizione si riflette concretamente tra la popolazione e il territorio, andando ad alimentare quel senso di marginalità e di distanza rispetto al resto del Paese. La Basilicata e l’annessa crisi idrica diventano così il simbolo di una problematica più ampia: quella di un territorio che sostiene molto più di quanto riesca a ricevere in termini di investimenti e pianificazione.

Riuscire a rielaborare questo aspetto non significherebbe soltanto superare il problema legato alla gestione dell’acqua, ma consentirebbe anche di ripensare il rapporto tra risorse, investimenti e sviluppo in una prospettiva più equilibrata, moderna e sostenibile.

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dalla redazione di NumeroZero

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