Oltre il confine del colto
Il dialetto, la lingua madre
Nella società della tecnica, il dialetto vive un paradosso: è tollerato solo quando diventa spettacolo, prodotto da offrire al turismo o maschera per la cultura pop. Nella vita quotidiana, invece, continua a essere percepito come segno di scarsa affidabilità o di debole scolarizzazione. Quella che appare come una semplice esigenza di “parlare correttamente” è in realtà una spinta concreta all’omologazione e all’oppressione linguistica: una pressione costante verso un modello unico e standardizzato, che finisce per marginalizzare tutto ciò che non vi rientra. Questa marginalizzazione non è mera teoria: è un processo reale, tangibile, evidente, che affonda le sue radici nell’uso quotidiano che facciamo della lingua, nei dati statistici che collezioniamo periodicamente.
Professor Faraoni, qual è lo stato attuale dei dialetti?
Siamo nell’era dei social media, dove al dialetto ricorrono anche persone che in genere non lo usano, il che ha fatto pensare a tanti colleghi dialettologi, che in qualche modo la situazione in realtà non fosse così preoccupante per ciò che riguarda la salute dei dialetti. E invece le cose non stanno così: se in passato era comune sentire il dialetto in un contesto di diglossia, cioè quando ci sono degli ambiti informali in cui ci si serve soltanto del dialetto e degli ambiti formali in cui ci si serve soltanto della lingua – ed è questa la situazione che è sussistita in tutta Italia fino agli anni ’70 e ancora oggi, in alcune regioni come Sicilia, Calabria, Veneto e anche Campania -, oggi vige una situazione per la quale sia nei contesti formali che in quelli informali si ricorre alla lingua; ci si serve del dialetto soltanto per “colorare”, per ammiccare all’interlocutore, per destare la sua attenzione. In questi casi si parla di commutazione metaforica, che avviene quando ho due codici a disposizione, lingua e dialetto, e laddove per decenni si è usato il dialetto, in realtà uso l’italiano. E questa è la situazione più frequente e tipica dei social. Poi, certo, i media vedono che sui social si usa il dialetto e subito a pensare: “I dialetti ancora sono forti, hanno ancora una vitalità consistente”, ma ovviamente non è così, perché magari in altre situazioni il creator non utilizza praticamente mai il dialetto. Quindi, com’è lo stato di salute dei dialetti? Non è assolutamente buono perché, più in generale, fatta eccezione per le regioni citate, i genitori non parlano più in dialetto con i figli e lo stesso spesso fanno i nonni, che con i nipoti non parlano in dialetto ma usano l’italiano. Certo, è un italiano informale, colloquiale, interferito col dialetto – in questi casi si parla di italiani regionali – però non è dialetto. Questo è un po’ il punto: lo stato di salute è pessimo perché gli italiani regionali stanno sostituendo i dialetti. Di fatto i dialetti non vengono più insegnanti, non vengono appresi dai giovani perché gli adulti non li usano con loro, quindi è verosimile – e in alcuni punti d’Italia è già accaduto – che nel volgere di due o tre generazioni i dialetti scompaiano.
La lingua non è uno strumento. Il suo indebolimento genera una vera e propria crisi di quella presenza demartiniana, dell’uomo in quanto soggetto attivo della storia. Chi perde il proprio dialetto smarrisce il radicamento, vivendo in quella condizione sospesa che Michele Risso, in Sortilegio e delirio: psicopatologia dell’emigrazione, aveva analizzato negli emigrati lucani in Svizzera, costretti a muoversi tra più lingue senza riconoscersi pienamente in nessuna. Risso descrive questa condizione come una forma di spaesamento profondo, in cui il soggetto fatica a collocarsi simbolicamente, perché nessuna delle lingue a disposizione coincide davvero con la propria esperienza.
Questo spaesamento che Michele Risso descrive ha, sicuramente, delle ragioni storiche. Quali sono i fattori che hanno favorito l’interruzione della trasmissione verticale del dialetto?
Ci sono delle ragioni storiche chiarissime, a partire dal discredito gettato dalle istituzioni sul dialetto, di qualsiasi colore (destra, sinistra, centro, in questo non c’è mai stata nessuna differenza o politica diversa), dall’Unità d’Italia in poi. Non è che Manzoni o i Ministri dell’Istruzione dopo di lui si siano svegliati e abbiano deciso di “uccidere” i dialetti. Manzoni stesso era dialettofono, parlava lombardo come lingua madre (e il francese meglio del toscano-italiano fiorentino, che pretendeva si insegnasse a scuola). Però, qual è il punto? Quando si arriva all’Unificazione nel 1861, il Paese era profondamente diviso non soltanto culturalmente, ma anche linguisticamente. C’era un tasso di analfabetismo enorme e non esisteva una lingua comune compresa da tutti. L’italiano, nato dalla codificazione del toscano trecentesco avvenuta tra il Cinquecento e il Seicento, era una lingua letteraria parlata solo dalle poche persone che avevano avuto la possibilità di studiare. Secondo le stime, circa l’80% della popolazione nel 1861 era analfabeta o comunque non in grado di capire l’italiano. Servivano quindi delle misure che portassero immediatamente all’unificazione linguistica; questa era una preoccupazione legittimamente sentita dai governanti e da Manzoni stesso. Il problema è che in quella fase storica si è pensato – anche sull’esempio delle politiche adottate a Parigi a fine Settecento – che i dialetti e le varietà locali fossero un ostacolo alla diffusione di una lingua comune. Si pensava che chi parlava dialetto non potesse apprendere, accanto ad esso, un’altra varietà, o che non l’avrebbe mai imparata bene. Ovviamente non c’è alcuna base scientifica né empirica che mostri che le cose stiano così. Come accade in Svizzera, i bambini possono imparare il dialetto in famiglia per i contesti informali e apprendere poi a scuola l’altra varietà (l’italiano o, a Zurigo dove vivo io, il tedesco). Non solo, è del tutto normale usare il dialetto in contesti di formalità medio-alta, riservando il tedesco ufficiale solo allo scritto e ai contesti solenni. Lì è normale andare in banca e interloquire in dialetto con un consulente finanziario mai visto prima. In Italia questo sarebbe impensabile, anche in regioni come la Campania dove il dialetto è vivo, se non c’è un forte livello di confidenza. Questo perché, tra fine Ottocento e primo Novecento i governanti hanno adottato politiche scolastiche di censura totale del dialetto. Queste politiche sono state recepite da chi andava a scuola e trasmesse ai figli, traducendosi nel concetto per cui dialetto uguale ignoranza, una varietà che getta discredito sociale su chi la parla. Questa è un’idea tipicamente italiana.
Non si tratta solo di parole che scompaiono, ma di un legame che si allenta a partire da processi che si insinuano nei comportamenti quotidiani, nelle correzioni automatiche e nelle esitazioni. Si impara presto quando è il caso di smussare la cadenza evitando certe espressioni per aderire a un registro più accettato. Ed è proprio in questo passaggio che si crea una frattura: non si è più completamente dentro il proprio modo di parlare, ma non si è nemmeno del tutto a proprio agio in quello standard. Questa correzione automatica assume contorni quasi politici quando si scontra con i pregiudizi geografici, trasformando la parlata in una colpa da espiare, specialmente del Mezzogiorno.
Riprendendo il concetto sociologico di “doppia colonizzazione” delineato da Gayatri Spivak, possiamo parlare di una doppia discriminazione linguistica per i parlanti meridionali, dove l’accento diventa un ostacolo sociale che altre parlate regionali sembrano evitare?
Sono stati fatti degli studi recentemente, con dei sondaggi, per cui nelle regioni prima citate in cui c’è ancora un bilinguismo con diglossia, i dialetti godono di buona salute, quantomeno nei contesti informali, in famiglia e tra amici. Ora, non c’è dubbio che nella credenza popolare e nella percezione di tutti i parlanti d’Italia, i dialetti settentrionali abbiano un prestigio maggiore rispetto a quelli meridionali. E questo è legato anche alle condizioni socio-economiche. Oggettivamente la motivazione è questa: al discredito gettato dalle istituzioni si è accompagnata nel Sud una condizione socio-economica peggiore rispetto al Nord. Per cui i dialetti – già di per sé visti come cosa negativa nell’ottica di molti italiani – vengono percepiti peggio se sono di tipo centro-meridionale. Poi, al di là di “meglio” o “peggio”, sarebbe importante sensibilizzare tutti sull’importanza di far finire questo stigma. Mi è capitato spesso che degli informatori raccontassero come da piccoli, a scuola, venissero in alcuni casi puniti se si esprimevano in dialetto anziché in italiano. Venivano ripresi in continuazione, mandati dietro la lavagna o subivano persino le bacchettate sulle mani. In Italia per decenni ai dialetti è stata mossa veramente guerra. Non cito questa espressione a caso: era quello che scriveva Manzoni. Per lui, per fare la lingua italiana, i dialetti dovevano morire, nonostante fossero un’espressione delle culture locali estremamente significativa. Quest’idea è rimasta per decenni. Addirittura uno spot della Rai del 2011 per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia celebrava la funzione che ha avuto la Rai nel diffondere l’italiano – e fin qui benissimo – presentando i dialetti come un ostacolo all’intercomprensione tra i vari cittadini delle diverse regioni.
Il messaggio era: “Meno male che c’è stata la Rai, altrimenti non ci capiremmo”. Ancora una volta, i dialetti venivano presentati come un elemento di divisione, ignorando che in realtà dialetto e italiano possano tranquillamente convivere, come di fatto avviene in molte regioni senza impedire ai giovani di imparare correttamente la lingua nazionale. Ci sono state voci fuori dal coro, come Pier Paolo Pasolini. Lui si era reso conto del valore dei dialetti come espressioni delle culture locali e criticava l’italiano che gli immigrati del Sud imparavano nelle industrie del Nord. Benissimo che imparassero l’italiano, ma era un italiano asettico, con un lessico limitato, che dava poco spazio alle metafore. Era un italiano che non permetteva di esprimere le proprie identità locali. Il messaggio per chi si spostava era: “Devi dimenticare il dialetto, altrimenti sei un ignorante”. Non dobbiamo mai dimenticarci che le lingue che parliamo sono espressioni della nostra identità: raccontano le culture da cui veniamo e dicono chi siamo noi stessi. Se non abbiamo un mezzo linguistico che ci consenta di esprimere questa complessità, non riusciamo a far sapere agli altri come siamo fatti.
Il distacco non diventa solo geografico o lavorativo, ma profondamente linguistico e simbolico. Il dialetto, legato all’origine, diventa inutilizzabile nello spazio pubblico, l’italiano non basta a garantire riconoscimento e la lingua straniera resta funzionale, ma priva di radicamento affettivo.
In questo scenario, il tentativo di alcuni studiosi di delineare grammatiche precise per i dialetti appare come un disperato sforzo di legittimazione per lingue da sempre relegate alla ruralità. Eppure, molti dialetti restano isolati. E’ il caso della Basilicata oppure esistono dei tentativi di legittimare i dialetti diffusi nell’area lucana?
Chi non ha una grande dimestichezza con la dialettologia pensa facilmente che nessuno abbia posto l’accento sulla Basilicata nei suoi studi. In realtà la Basilicata ha ricevuto grandi attenzioni. Pensate che alla Lucania ha dedicato una monografia uno dei più grandi linguisti storici del secolo scorso, cioè il tedesco Heinrich Lausberg, che ha pubblicato un volume sia sui dialetti della Campania che sui dialetti della Lucania, nel quale ha descritto la Lucania e ha mostrato anche come questi dialetti siano tra i più conservativi rispetto al latino dell’intera Italia e anche dell’intero panorama romanzo, addirittura. Ci sono dei sistemi vocalici in Lucania estremamente conservativi. In alcune zone della Lucania c’è un sistema di vocalismo tonico di tipo sardo, per il quale le i del latino sono rimaste i, le e del latino sono rimaste e, ecc. Questo non è scontato, perché soltanto in sardo è successo qualcosa del genere; in tutte le altre varietà romanze, invece, almeno un mutamento fra timbri diversi del latino c’è stato. Certo, queste vocali hanno subito ulteriori evoluzioni, in alcuni casi anche evoluzioni potenti, come è accaduto nel vocalismo del dialetto di Matera. Ma insomma, la Lucania per tante ragioni – soprattutto per il suo isolamento geografico, essendo una regione impervia e mal collegata ai grandi centri e alle regioni vicine – non è mai stata raggiunta dai mutamenti, o comunque è stata raggiunta da pochi mutamenti che si creavano nel resto d’Italia, rimanendo una delle regioni più conservative dal punto di vista linguistico. Volendo darvi un esempio, nella flessione verbale, molti dialetti di quest’area – in particolare alla seconda e terza persona – conservano la -s e la -t finale, esattamente come in latino, laddove in tutte le altre varietà d’Italia – di nuovo con l’eccezione del sardo e di alcune varietà pure isolate, come il friulano – tendono a perderle.
Oggi questa frattura può emergere anche senza partire: basta attraversare contesti in cui il proprio modo di parlare viene implicitamente giudicato. È qui che la lingua si fa misura nella forma di adattamento silenzioso: ci si corregge prima ancora che qualcuno lo chieda, si anticipa il giudizio e si modifica la propria voce per aderire a un modello ritenuto più credibile. Ma quel modello non è neutro. Se l’adattamento silenzioso è la condanna del presente, sorge spontanea la necessità di un riscatto, specialmente per le nuove generazioni che cercano di ricomporre questa frattura identitaria.
Come possono i giovani che non lo parlano riprendersi il dialetto e quel senso di appartenenza che ne deriva? Qual è la strada giusta per impararlo da zero o recuperarlo quando non lo si è imparato da bambini? La scuola potrebbe essere una soluzione o servono altri metodi?
Io sono molto scettico su chi, certe volte, dice che ci sono dialetti che hanno tradizioni forti o godono magari anche di prestigio perché particolari. Pensate alle minoranze greche in Calabria o nel Salento. Nel Salento, in realtà, sembrano resistere bene; quelle di Calabria sono invece prossime alla scomparsa. In genere, quando si arriva a questi stadi, vengono inaugurati i corsi di lingua dalle pro loco, dal comune o anche a scuola, eventualmente nel doposcuola; quando si arriva a quello, in genere è già troppo tardi. Voi conoscete l’inglese, lo avete studiato a scuola, come me. Ma è solo nella pratica quotidiana che si arriva ad un buon grado di perfezionamento. Se non c’è la pratica quotidiana, i dialetti non vanno da nessuna parte. Quindi, per chi non ha mai imparato il dialetto, partecipare a dei corsi può essere utile, ma non saranno quelli a salvare i dialetti. Per salvare i dialetti serve la pratica quotidiana: impegnarsi a parlare dialetto in famiglia, chiedere ai nonni o ai genitori di usare il dialetto. Basta mettersi d’accordo: da domani a casa si parla in dialetto. Dall’altra parte, fare lo stesso con i figli quando si diventerà genitori è sacrosanto: questa è l’unica cosa. Serve la trasmissione verticale da una parte e superare il pregiudizio per cui il dialetto è squalificante dall’altra. Il dialetto non è squalificante, se si parla anche italiano. Chiaramente va combattuto il solo utilizzo del dialetto, perchè usare il solo dialetto non è, di per sè, negativo, ma porta ad un esclusione dell’individuo; come non è negativo usare il solo italiano, ma a lungo andare favorisce l’esclusione totale. L’ ideale è vivere in un regime di diglossia, in cui tutti padroneggiamo due codici, come in Svizzera o come nei paesi arabi del Nord Africa, per esempio: tutti quanti padroneggiamo due codici, il codice locale, il dialetto, e quindi la varietà locale di arabo in Nord Africa. C’è bisogno di consapevolezza di ciò. I giovani devono liberarsi di questi pregiudizi sui dialetti, pregiudizi dovuti e legati a un paradigma culturale inculcato da decenni di politiche linguistiche fondate su presupposti scorretti; il presupposto scorretto per cui il dialetto impedisce l’uso corretto dell’italiano. Non è vero: un bambino che ha un genitore tedesco e un genitore francese impara perfettamente entrambi i codici, e lo stesso si può fare tra italiano e dialetto, se un genitore usa una varietà e l’altro l’altra. Recuperiamo il tempo perso, apriamo il vaso di Pandora, gettiamo via l’idea per cui il dialetto è un problema o ostacola l’uso corretto dell’italiano. È un pregiudizio, ripeto, non ha fondamenti. E infine, se non si parla dialetto, cercare di parlarlo con le persone in famiglia che lo parlano, chiedere loro di fare questo sforzo per alcuni mesi e vedrete che pian piano il dialetto si acquisisce. Io ho una studentessa sarda che da piccola era stata esposta dai nonni al sardo campidanese, ma con i genitori aveva parlato sempre in italiano e, quindi, è cresciuta esclusivamente italofona. Sensibilizzata rispetto a questi fatti, ha riacquisito in fase adulta il campidanese e adesso lo parla regolarmente. Nel giro di due o tre anni l’ha appreso perfettamente ed adesso in famiglia, tanto con i genitori quanto con i nonni e quanto con la sua comunità linguistica del paese in cui vive usa esclusivamente il campidanese. E’ possibile imparare il dialetto, basta volerlo, basta impegnarsi come quando ci si impegna per apprendere una lingua straniera. E’ possibile, anzi, è necessario, perchè senza i dialetti non esisterebbe la nostra cultura, non esisterebbe la nostra storia, non esisterebbe l’Italia.
Vincenzo Faraoni
Professore di Dialettologia Italiana
all’Università “La Sapienza” di Roma
