CONTROCORRENTE

Le nostre proposte per evitare il declino


Controspazio ruota attorno a una domanda semplice: di chi sono i nostri territori?
Riappropriarci degli spazi significa parlare del rapporto tra persone, comunità e luoghi che abitiamo. Spazi fisici, certo, ma anche politici, culturali e sociali: piazze, centri storici, aree interne, università, luoghi della cultura e della socialità. Spazi che spesso esistono, ma che non vengono più vissuti.
Riappropriarsi di uno spazio significa tornare a sentirlo proprio, partecipare alle decisioni che lo riguardano e rivendicare il diritto di esserci. In questo numero ci siamo chiesti chi decide degli spazi che abitiamo, chi li occupa, chi ne resta fuori e soprattutto come possiamo tornare a prendercene cura e responsabilità collettivamente.

Narrazioni fuorvianti e turismo improvvisato

Mentre molti di noi a settembre chiudono le valigie dopo un’estate piena di feste, sagre e buon cibo, qualcun altro si prepara per un inverno inevitabilmente più solitario e monotono, specie se confrontato con la vivacità estiva.
Quest’amarezza di fine estate, però, si sta inevitabilmente trasformando in rabbia: la duplice narrazione del Sud su base stagionale incomincia a puzzarci di ipocrisia, e crescendo non possiamo fare a meno di chiederci se al netto di tarantelle, vino, altalene improbabili e teatrini sulla paesologia, questa regione abbia davvero a cuore i suoi giovani o li voglia solo vedere divertirsi per due mesi all’anno. Ultimamente stiamo confondendo la valorizzazione del territorio con la promozione di un villaggio turistico, e nel mentre barattiamo la costruzione di una regione vivibile con la svendita di un prodotto fatto di piste di plastica, altalene mirabolanti e sagre che provano a conservare qualcosa di autentico ma si trovano a fare i conti con ciò che gradualmente saranno costrette a diventare: un brand. E attenzione, perchè la parola svendere, cioè “vendere a un prezzo inferiore al valore reale, concedere troppo facilmente qualcosa senza tener conto della sua importanza” dovrebbe già farci riflettere. Una terra può essere svenduta sia quando viene sfruttata fino all’esaurimento che quando viene trasformata in un’immagine innocua di sé stessa, e questo processo passa anche da una narrativa fuorviante.
Non a caso, se riappropriarsi degli spazi significa tornare a considerarli luoghi di vita e non semplici post su instagram, bisogna in primis occuparsi del modo in cui la Basilicata viene raccontata. Da anni i paesi lucani oscillano tra due rappresentazioni apparentemente opposte ma praticamente funzionali al mantenimento della stessa situazione di stallo: da un lato il territorio arretrato, spopolato e destinato all’estinzione, dall’altro il borgo autentico, lento, incontaminato, capace di offrire al visitatore un rifugio dal caos cittadino, come ci viene spesso raccontato con tono paternalistico e ormai un po’ patetico. In entrambi i casi il rischio è lo stesso: parlare dei luoghi senza pensare granché a chi li abita perchè semplicemente gli è capitato di nascere lì, o a chi vorrebbe tornare ad abitarli ma non può farlo. Nulla di nuovo: è il problema che Della Costa riconduce al concetto di paesismo, inteso come costruzione ideologica e mitologica del rurale e dei suoi abitanti.
Superare questa logica significa anzitutto restituire centralità alla categoria del paese, svincolandosi da una narrativa melensa che ci propone il borgo come prodotto turistico, per tornare a vedere il paese come comunità, infrastruttura sociale, luogo di conflitto, lavoro, relazioni e servizi, come molti cercano di rivendicare attivamente nel quotidiano. Da questa prospettiva, anche la politica turistica dovrebbe essere valutata attraverso una domanda molto semplice: che cosa rimane a chi vive qui quando il turista se ne va?
Al di là del fatto che non si ripopola e non si mantiene una regione solo con il turismo, – soprattutto se raggiungere la meta è di per sè un’impresa ardua – non neghiamo che l’investimento pubblico possa sostenere la promozione territoriale, ma il suo effetto dovrebbe essere misurato anche sulle ricadute permanenti, sulla qualità dell’occupazione, sulla disponibilità dei servizi e sulla capacità dei luoghi di rimanere abitabili durante tutto l’anno.
L’imbarazzante caso del JovaGiro rende evidente l’assurdità della questione: nell’agosto 2026 l’APT Basilicata ha affidato a Trident Concerts un servizio promozionale da 24.600 euro più IVA, per un totale di 30.012 euro, spesi per concederci il lusso di vedere Jovanotti in bicicletta sul suolo lucano. Ne avevamo bisogno? La nostra vita ha fatto un salto qualitativo grazie a questo investimento geniale?
Sia chiaro che la questione non riguarda soltanto il prezzo di una campagna pubblicitaria comunque molto discutibile, ma il rapporto tra visibilità e sviluppo: ha senso privilegiare “investimenti” che di fatto producono soltanto altro materiale per continuare a raccontare una regione in modo disfunzionale?
Lo stesso interrogativo riguarda la proliferazione di attrazioni, festival e iniziative estive che rischiano di trasformare i paesi in una sorta di parco tematico diffuso. Una sagra, un concerto o un festival possono certamente costituire momenti di socialità e persino contribuire all’economia locale, ma diventano strumenti fragili quando vengono utilizzati come surrogati di una politica territoriale. Nessuno sceglie di vivere in un paese perché vi si organizza una festa per due sere all’anno, così come una comunità non si rigenera attraverso la sola capacità di produrre eventi.
Inoltre bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che spesso il punto riguarda anche la qualità con cui questi eventi vengono organizzati: spazi a norma, trasparenza nell’impiego delle risorse, valutazione dei risultati e accessibilità dovrebbero essere condizioni ordinarie, mentre purtroppo in molti casi la legalità e il banale rispetto delle norme sembrano ancora un tema tabù, o comunque qualcosa su cui si può sorvolare.
Invece bisogna capire che l’emancipazione dagli stereotipi peggiori con cui il Mezzogiorno viene raccontato passa anche dalla capacità di pretendere amministrazioni efficienti e iniziative dignitose, sottraendo la cultura alla logica del favore e della concessione occasionale, perchè non è rimanendo incastrati nel modus operandi che ha messo in difficoltà un territorio che quest’ultimo può riscattarsi.
Fondamentalmente, quindi, il problema non è soltanto quanto si investa nel turismo, ma che cosa si decide di valorizzare e per chi. Un paese dovrebbe poter offrire ai visitatori un motivo per fermarsi proprio perché allo stesso tempo i suoi abitanti hanno una ragione per restare (o per tornare); ma la verità è che quest’ultima non può esistere senza la presenza di diritti effettivamente esercitabili: potersi muovere, studiare, lavorare, curarsi – magari senza pagare fantomatici ticket sanitari della cui esistenza ci viene comunicato con fare distratto -, partecipare alla vita collettiva.
La Basilicata avrebbe quindi bisogno di politiche che sostengano la permanenza e il ritorno attraverso occupazione stabile, servizi e infrastrutture, affiancando al turismo altre economie capaci di durare nel tempo. Si tratta di una prospettiva che richiama quella indicata da Rossano Pazzagli quando invita a superare il piccoloborghismo e a restituire centralità ai paesi come luoghi di attività, produzione e incontro. Il turismo può inserirsi in questo tessuto, ma pensare che possa sostituirlo è ingenuo e nocivo.

Zone Economiche Speciali (dimenticate)

Quello che ci domandiamo, a questo punto, è come sia possibile che a fronte di tutto questo la Regione sembri disinteressata ad alcuni dei mezzi di cui disponiamo e che dovremmo valorizzare anche per uscire dalla retorica della doppia narrativa. È il caso, ad esempio, della ZES, che mette a disposizione uno strumento nazionale pensato per facilitare gli investimenti, ma che di fatto la Basilicata non sta riuscendo a sfruttare.
Nel primo semestre del 2026, su 424 autorizzazioni rilasciate nell’intero Mezzogiorno, soltanto sei riguardavano la Basilicata; dall’avvio della ZES Unica, le autorizzazioni lucane erano 34 su 1.402, con investimenti attivati per 205 milioni di euro e una previsione di 959 nuovi occupati. La ZES chiaramente non è una bacchetta magica, è un’agevolazione che può funzionare soltanto se viene accompagnata da una politica territoriale capace di individuare settori, infrastrutture, aree produttive e investitori compatibili con le esigenze regionali, e chi ci governa dovrebbe saperlo. Sappiamo che infrastrutture ferroviarie e logistiche, al pari di aree produttive attrezzate, formazione tecnica e ricerca sono elementi meno fotografabili di un nuovo belvedere, ma siccome c’è chi i bei paesaggi vorrebbe goderseli più di qualche giorno all’anno, o magari vorrebbe poterli raggiungere un po’ più comodamente, forse sarebbe il caso di iniziare a lavorare su come consentirglielo invece di continuare a concentrarsi su feste e altalene.
È in quest’ottica che la Regione deve dare una direzione e una visione di Basilicata dal punto di vista industriale; accompagnando le imprese, promuovendo le opportunità presso gli investitori, rafforzando le infrastrutture materiali e digitali, riducendo i tempi amministrativi e costruendo una vera politica industriale regionale. In caso contrario, saremo davanti all’ennesimo strumento sprecato, e naturalmente tutto ciò è strettamente correlato anche al tema degli investimenti privati.

Investimenti dei privati

Il capitale privato, infatti, non si attrae semplicemente mettendo a disposizione incentivi, perchè nessun incentivo può sostituire un ecosistema capace di rendere l’investimento prevedibile: ci vogliono condizioni di certezza, infrastrutture, connessioni, competenze, tempi amministrativi prevedibili, e una direzione economica leggibile, ed è la politica pubblica che se ne deve occupare.
L’alternativa è continuare a pensare allo sviluppo come a una somma di contributi distribuiti e campagne di promozione, lasciando al privato il compito di decidere autonomamente dove, come e perché investire. Riappropriarsi degli spazi, però, significa anche avere voce anche nelle decisioni su ciò che quei territori producono e sulle condizioni alle quali accettano di farlo, e questo dato non possiamo continuare ad ignorarlo.

Le emergenze della Meloni

Il petrolio rappresenta il caso più evidente di quanto appena detto. Dopo le recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla volontà di aumentare la produzione nazionale di petrolio e sul ruolo chiave della Basilicata, (della quale si ricorda solo quando c’è da trivellare) il tema delle estrazioni è tornato al centro del dibattito regionale; noi abbiamo già approfondito nel nostro nr. 2 l’esigenza di gestire le risorse petrolifere in maniera molto diversa, a partire dalla costruzione di una capacità tecnica regionale stabile, composta da competenze lucane e non subordinata alla gestione emergenziale del tema.
E a dirla tutta, se si vuole davvero dare una direzione economica al territorio, bisognerebbe prendere in considerazione anche strade diverse, a partire dal potenziale delle rinnovabili. Come sottolineato dal Gruppo Cestari, «le tensioni geopolitiche degli ultimi anni e la volatilità dei prezzi di petrolio e gas dimostrano quanto sia urgente ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. […] Entro il 2030 il Sud Italia concentrerà circa il 61% della nuova capacità fotovoltaica nazionale: la Basilicata deve essere protagonista di questa trasformazione»
Anche per questo, oltre che per gli innumerevoli danni collaterali legati alle estrazioni petrolifere, la transizione energetica è un tema impossibile da ignorare. L’obiettivo, nelle parole di Cestari, dovrebbe essere quello di rendere la transizione ecologica un’occasione per «creare occupazione qualificata, attrarre investimenti e costruire una filiera tecnologica capace di generare valore stabile per il territorio e per le nuove generazioni». Una prospettiva che, al di là della proposta specifica, vale la pena tenere presente quando si discute di quale direzione economica dare alla regione.
Ma al di là di questo, ci sono altri due temi che non possiamo tralasciare in merito alle parole della Presidente del Consiglio.
Uno è il disgusto che ci suscita Meloni quando, un giorno dopo essersi arrogata il diritto di rivendicare più petrolio da una terra i cui cittadini continuano a scontare sulla propria pelle i danni derivanti dalle estrazioni e a pagare il prezzo di anni di mancato monitoraggio sanitario e ambientale, viene proprio in Basilicata per compiangerci e fare un po’ di squallida campagna elettorale costruita su una compassione finta e inutile.
L’altro è, molto semplicemente, che siamo stanchi di notare che per Roma esistiamo solo in funzione di tragedie e campagne elettorali. Questo atteggiamento è innanzitutto profondamente irrispettoso, in quanto rende lapalissiano che siamo considerati un’appendice del nord, da compatire o provare a comprare a seconda delle occasioni; ma c’è di più, perchè questo approccio feudale è anche dannoso per la nostra regione e controproducente per il Paese intero, poiché contribuisce a creare le condizioni che di fatto ci costringono a rimanere sempre un passo indietro. Quali investitori pensiamo di attrarre se lo Stato si ricorda della Basilicata solo quando c’è un’emergenza, una tragedia o una campagna elettorale?

COSTRUENS
ponte musmeci, potenza 2026

Un territorio non diventa credibile perché viene raggiunto da una visita istituzionale nel momento del bisogno, e la Basilicata non può essere il luogo nel quale si arriva, si contano i danni dopo una calamità e poi si torna a Roma lasciando sul territorio le stesse fragilità e gli stessi problemi, e non può essere neppure un posto da evocare quando servono consenso, immagini o risorse energetiche. Se vogliamo parlare seriamente di investimenti dobbiamo pretendere che la Basilicata venga considerata un interlocutore politico anche quando non sta succedendo nulla di catastrofico, altrimenti la marginalità diventa una condizione istituzionale.

Rappresentati, ma da chi?

Ed è proprio perchè è inaccettabile la marginalità intesa come condizione istituzionale, dato che significa accettare un’eterna ed eccessiva subalternità della nostra regione, che è fondamentale combattere per sottolineare che la riappropriazione degli spazi, in un sistema come il nostro, passa anche per la rappresentanza. Il dibattito sulla nuova legge elettorale accende ancora una volta innumerevoli interrogativi su quale sarà il suo impatto sulla nostra regione.
Chi decide cosa succede in Basilicata? Chi occupa lo spazio istituzionale destinato a rappresentarla? Per una regione demograficamente piccola come la Basilicata, però, il problema della rappresentanza territoriale merita di essere posto in termini specifici e non soltanto dentro la contrapposizione astratta tra governabilità e rappresentatività. C’è bisogno del proporzionale con le preferenze, ed è necessario smetterla con i paracaduti, perchè se la rappresentanza deve essere anche territoriale, agli elettori va data la possibilità di incidere realmente sulla scelta di chi occuperà quello spazio istituzionale e non limitarsi a ratificare candidature decise altrove. Ma il problema della rappresentanza non può essere lasciato alle sole regole elettorali. Se il nuovo sistema rischia di rendere ancora più fragile il peso parlamentare delle regioni meno popolose, è proprio adesso che la Basilicata deve rivendicare il proprio spazio. La rappresentanza territoriale non è una concessione: è una condizione perché una comunità politica possa essere realmente presente nelle istituzioni.
Non si tratta di assumere un determinato sistema come soluzione definitiva, ma di riportare al centro una domanda molto concreta: quali strumenti consentono agli elettori di conoscere e condizionare il rapporto tra candidato e territorio? La questione potrebbe essere portata anche sul piano parlamentare attraverso un’interrogazione o un’indagine specifica sulle modalità con cui viene garantita la rappresentanza delle aree a più bassa densità demografica, con l’obiettivo di capire come impedire che la semplice aritmetica della popolazione finisca per cancellare la dimensione territoriale della rappresentanza.

Terzi luoghi

Chiaramente la riappropriazione non si esaurisce negli spazi della decisione politica – sebbene quest’ultima sia essenziale -, ma deve tornare anche nello spazio fisico, quello in cui una comunità si incontra, si riconosce e costruisce relazioni fuori dalle istituzioni e soprattutto fuori dal mercato. È il problema dei cosiddetti terzi luoghi, spazi informali di incontro distinti tanto dalla casa quanto dal lavoro, dal consumo o dallo studio: piazze, circoli, librerie, centri culturali, laboratori, associazioni, spazi autogestiti.
La loro funzione non coincide con il consumo, ed è proprio questo a renderli preziosi, specie in un’epoca come la nostra, in cui disporre di luoghi in cui poter semplicemente stare, incontrarsi senza che la socialità debba necessariamente passare per un acquisto è una ricchezza vera, che non dobbiamo sottovalutare.
Restituire centralità a questi posti significa permettere alle persone di stare insieme, coltivando la collettività e liberandosi dalla logica malsana per cui ogni forma di interazione deve implicare un’attività economica, o trasformarsi in un prodotto da consumare. È un principio che, in fondo, attraversa tutto quello che abbiamo cercato di affrontare. Riappropriarsi di un paese significa smettere di guardarlo soltanto come un borgo da fotografare e tornare a considerarlo per quello che è, vale a dire una comunità fatta di persone, servizi, conflitti, lavoro, relazioni e possibilità.
Riappropriarsi dell’economia significa creare le condizioni perché investimenti, imprese e occupazione non siano soltanto parole legate a qualche incentivo, ma producano prospettive sufficientemente stabili da rendere possibile la scelta di restare. Riappropriarsi delle risorse significa decidere come e per quanto tempo sfruttarle, senza lasciare che il territorio venga definito esclusivamente dagli interessi di chi estrae. Riappropriarsi della politica significa invece poter incidere sulle persone che lo rappresentano e sulle decisioni che lo riguardano, senza che la Basilicata venga ricordata soltanto quando serve un voto, quando arriva un’emergenza o quando c’è qualcosa da inaugurare.
Il concetto più importante da difendere e amare, attorno a cui ruota questo numero, è che chi abita un territorio deve poter partecipare alla definizione di ciò che quel territorio diventa. Non soltanto adattarsi alle conseguenze di decisioni prese altrove, né essere chiamato a riconoscersi in una rappresentazione già confezionata della propria terra. Questo vale per le infrastrutture quanto per il turismo, per le risorse energetiche quanto per le istituzioni, e che piaccia o meno, significa anche accettare che la Basilicata non abbia bisogno di essere continuamente resa desiderabile agli occhi di qualcun altro, perchè la priorità è che rimanga concretamente abitabile per chi ci vive, per chi vorrebbe restarci e per chi, un giorno, vorrebbe tornarci.

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Ciao, piacere di conoscerti👋
dalla redazione di NumeroZero

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