CONTROCORRENTE

Le nostre proposte per evitare il declino


In Basilicata così come in tutt’Italia, sono ancora numerose le realtà che soffrono la penuria di tutele e di opportunità. È quindi chiaro come dedicare un numero allo sfruttamento non sia casuale, soprattutto se ciò accade nel mese della Festa dei Lavoratori. Se è vero – com’è sicuramente vero – che il lavoro fragile e precario è un tema che vada necessariamente calato all’interno di un contesto politico, noi intendiamo partecipare a questa discussione nell’unico modo, a nostro modesto avviso, utile per questa terra: facendo delle proposte.

Petrolio

Affrontare il tema delle estrazioni petrolifere in Basilicata non significa soltanto fare i conti con il loro spaventoso impatto ambientale, ma anche riconoscere le responsabilità di una gestione politica miope, che invece di trasformare la rendita energetica in sviluppo reale ha alimentato un modello fondato sull’assenza di progettualità. Ne è testimonianza la gestione delle royalties, che avrebbero dovuto finanziare il dopo petrolio e hanno finito per sostenere l’ordinario, delineando una strategia di semplice galleggiamento più che di reale sviluppo. Risulta ormai innegabile la necessità di svincolarsi da questa logica deleteria. E riuscirci non è impossibile: la dimostrazione che una gestione più efficace, equa e lungimirante delle risorse petrolifere sia tutt’altro che un’utopia ci viene fornita dalla Norvegia, che attraverso il Government Pension Fund Global (GPFG), è diventata un modello di riferimento internazionale e un esempio concreto di conversione delle risorse finite in prospettiva futura.

Premesso che nessuno immagina di trasformare la Basilicata in una piccola Norvegia -e con la piena consapevolezza delle profonde differenze strutturali, economiche e istituzionali- vale la pena sottolineare che il punto non è replicare il GPFG su scala regional, ma comprenderne il principio politico fondamentale: trasformare una ricchezza finita in stabilità economica duratura, costruendo un’autonomia futura attraverso investimenti di lungo periodo. La classe politica norvegese comprese presto non soltanto che le risorse naturali di cui disponeva non sarebbero durate per sempre, ma anche quanto vulnerabile potesse diventare un’economia eccessivamente dipendente dal petrolio. Per questo, nel 1990, istituì il GPFG con un obiettivo chiaro: investire gli utili generati dal settore energetico per costruire un patrimonio capace di sostenere l’economia norvegese anche quando il petrolio non ci sarà più. Questo significa ragionare in un’ottica di lungo periodo, ed è esattamente ciò di cui necessita il nostro territorio. Ma come individuare una strada percorribile quando non si è la Norvegia?

In primo luogo, è centrale l’importance di un vincolo chiaro sulla destinazione delle royalties. Tale vincolo deve consentire di investire quote strutturali in una vera diversificazione economica: sostegno all’imprenditoria giovanile, rafforzamento di università e alta formazione, sviluppo dell’agricoltura ad alto valore aggiunto e della piccola industria locale, oltre a turismo stabile ed energie rinnovabili. Non si tratta di proiezioni fantasiose, ma di direttrici su cui diverse regioni italiane stanno già intervenendo concretamente. Non riconoscere quest’esigenza e continuare a gestire le nostre risorse senza una visione strategica significherebbe accettare l’idea che la Basilicata sia condannata a vivere soltanto nell’emergenza del presente.

In quest’ambito è importante sottolineare che la regione, pur non essendo totalmente priva di strumenti normativi, al momento fa riferimento ad un vincolo decisamente troppo vago. La Legge Regionale n. 59/2021, infatti, prevede di destinare parte dei proventi petroliferi allo “sviluppo economico-industriale”, una formula problematica proprio a causa dell’eccessiva genericità della nozione di “sviluppo”. Ciò che serve, al contrario, è maggiore puntualità: obblighi di pianificazione strategica chiari e vincolanti sul lungo periodo, la creazione di un fondo separato dalla gestione ordinaria e, soprattutto, una rottura con l’approccio attuale. Non basta destinare risorse allo sviluppo in modo approssimativo: è necessario usarle per costruire gradualmente un modello economico capace di sopravvivere al petrolio, nella consapevolezza che limitarsi a mitigare gli effetti della dipendenza senza mai superarla davvero serve a ben poco.

Inoltre, si potrebbe rivelare utile pensare ad una governance indipendente, nella forma di un organismo tecnico incaricato di gestire e monitorare i proventi petroliferi. Pur nelle profonde differenze tra Basilicata e Norvegia, infatti, il modello del GPFG mostra l’importanza di una gestione trasparente e relativamente indipendente, capace di usare le royalties come leva di trasformazione strutturale.

Ed è proprio l’idea di una trasformazione strutturale che dovrebbe farci da bussola. Ormai è fin troppo chiaro che legare l’equilibrio economico di un territorio ad un’unica risorsa -peraltro finita- equivale a renderlo fisiologicamente fragile, e continuare su questa strada vuol dire arrivare impreparati al momento in cui il petrolio non basterà più. Per questo la scelta di cambiare paradigma e investire su università, turismo sostenibile, formazione specialistica, filiere produttive locali e innovazione non si configura solo come un’alternativa ideologica al petrolio, ma anche come una necessità materiale sempre più urgente.

Crisi idrica

Uno dei paradossi relativi al mancato sfruttamento delle risorse lucane, è innegabilmente legato alla crisi idrica. È risaputo che la nostra sia una delle regioni più ricche d’acqua del Mezzogiorno, ma incredibilmente è anche una delle più esposte alle inefficienze infrastrutturali e alla dispersione idrica. Sebbene sembri superfluo, è ancora una volta doveroso sottolineare che siamo di nuovo di fronte ad un problema di natura politica. Infatti, non solo per anni l’acqua lucana è stata trattata come una risorsa da trasferire invece che come un bene strategico per il territorio che la produce, ma c’è stata anche una sistematica sottovalutazione dell’importanza di misure essenziali come la manutenzione delle reti, l’ammodernamento degli invasi, e gli investimenti nelle infrastrutture. Affrontare la crisi idrica non può limitarsi ad una goffa rincorsa all’ultima misura emergenziale quando è ormai troppo tardi.

Al contrario, il punto di partenza dovrebbe essere una mappatura reale della situazione: dalle grandi dighe fino alla distribuzione nelle case, è fondamentale avere un quadro chiaro dello scenario per poi formulare un progetto che sia organico. Solo così diventa realistico adottare un approccio volto a investire sia nell’ammodernamento degli invasi e dei sistemi di accumulo che nella riqualificazione delle infrastrutture idriche esistenti, a ridurre le perdite idriche attraverso un piano di manutenzione della rete, e a incentivare il riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e nei processi industriali. Sarebbe fortemente auspicabile, inoltre, una maggiore trasparenza nella gestione idrica, così che l’accessibilità ai dati possa diventare uno strumento di controllo collettivo a disposizione dei cittadini lucani.

Infine, ciò che più conta è smettere di trattare la crisi idrica come un incidente temporaneo e guardarla per ciò che è: l’ennesimo esempio di una risorsa non sfruttata e il sintomo di decenni di mala gestione politica e manutenzione insufficiente. Stando così le cose, appare evidente che per sfuggire alla cronicità del problema e valorizzare una delle principali ricchezze del territorio lucano non si può prescindere da una pianificazione strutturale, che implichi investimenti di lungo periodo e si rifaccia ad un approccio sistemico invece che ad una politica emergenziale fatta di interventi episodici e logica del tamponamento.

Caporalato

Le idee virtuose ma analiticamente cieche di fronte alla realtà sono sicuramente suggestive, ma quasi sempre poco incisive. Per questo motivo, se vogliamo provare a delineare delle soluzioni concrete a problemi strutturali e raccapriccianti come il caporalato, dobbiamo necessariamente partire da un presupposto essenziale, senza la cui comprensione qualsiasi proposta si rivelerebbe priva di reali capacità trasformative. L’assunto fondamentale è che il caporalato non va letto solo come un fenomeno aberrante nella sua disumanità, ma come una forma di sfruttamento inquietante perché profondamente radicata nelle logiche di un sistema tossico, che per sopravvivere è costretto a mantenere un equilibrio economico perverso.

La concorrenza spietata intrinseca alla Grande distribuzione organizzata è la colonna portante di un meccanismo malsano fondato sulla costante pressione al ribasso dei costi, le cui conseguenze si scaricano con violenza strutturale sui lavoratori più fragili. È evidente che, per esistere, un simile apparato debba logorare i piccoli imprenditori agricoli, sacrificare la dignità del lavoro e comprimere i diritti. Ne derivano due verità scomode: la prima è che l’illegalità tende a diventare quasi inevitabile, la seconda -diretta conseguenza della prima- è che il caporalato è figlio dello stesso sistema bulimico che lo alimenta.

È innegabile, quindi, che parlare di caporalato senza mettere in discussione il ruolo della GDO significa scivolare in un esercizio retorico ipocrita. Sappiamo tutti che se il prezzo resta l’unico criterio dominante, qualcuno pagherà sulla propria pelle il costo reale di una convenienza sporca.

Per questo servono filiere etiche ed equo-solidali, certificazioni trasparenti e un consumo più consapevole, che consideri il cibo anche come scelta politica. In Basilicata esistono già fondi e misure per filiere corte e agricoltura sostenibile, ma restano frammentati, frenati da lungaggini burocratiche e -di nuovo- assenza di strategie incisive. Inoltre, vale la pena riflettere sul tema delle certificazioni, che diventa facilmente terreno fertile per ambiguità rilevanti. Se le certificazioni non sono indipendenti e verificabili, infatti, rischiano di trasformarsi in strumenti di greenwashing della Grande distribuzione organizzata, senza intaccarne le dinamiche di fondo. Al fine di evitare scenari simili, assumono grande importanza tracciabilità reale, rafforzamento di controlli pubblici e verifiche indipendenti lungo tutta la filiera: è in questo modo che la certificazione smette di essere simbolo potenzialmente ingannevole -e funzionale al mantenimento dello status quo-, per trasformarsi in leva contro lo sfruttamento.

D’altro canto è chiaro che né progressi né giustizia sarebbero possibili senza un apparato di vigilanza strutturato. Servirebbero nuclei ispettivi misti composti da ASL, Carabinieri, Guardia di Finanza e ispettorati del lavoro, capaci di intervenire in modo coordinato non solo sul piano repressivo, ma anche su quello preventivo e sociale. Strumenti di coordinamento esistono già a livello nazionale -come il Tavolo contro il caporalato, che riunisce istituzioni e forze ispettive- ma il punto è la discontinuità dei dispositivi che abbiamo, oltre che la scarsa capillarità e la traduzione ancora debole in pratiche efficaci e costanti. Per ovviare al problema, la creazione di una struttura regionale di coordinamento permanente potrebbe ricoprire un ruolo decisivo accanto ai nuclei misti. Se dotata di reali funzioni operative, sarebbe utile per mappare i territori a rischio e attivare interventi mirati dove lo sfruttamento si concentra, oltre che per coordinare ispettorati, forze dell’ordine, servizi sanitari e amministrazioni locali, così che la vigilanza possa funzionare come un sistema di controllo ma anche di prevenzione.

Al contempo, non possiamo ignorare la natura strutturale del problema, in virtù della quale le soluzioni non possono essere né puramente simboliche né esclusivamente punitive per avere un impatto. Poiché l’obiettivo dovrebbe essere modificare gli equilibri nocivi di un sistema viziato, i controlli severi servono, ma solo se affiancati da modelli alternativi validi. È il caso, ad esempio, della cooperativa sociale di lavoratori migranti nata dalla collaborazione dell’organizzazione Giuste Terre e della rete Calabria Solidale. Un’idea che ha preso forma lo scorso settembre nella piana di Gioia Tauro, e che si configura come un progetto di inclusione ed emancipazione, volto a rompere le logiche dello sfruttamento restituendo direttamente ai lavoratori la possibilità di essere visti e di farsi forieri del cambiamento necessario. Formazione, contratti regolari, supporto burocratico e incontro trasparente tra domanda e offerta di lavoro si trasformano in strumenti essenziali per spezzare un equilibrio fondato su precarietà e sfruttamento.

Non si tratta di scegliere tra controllo e modelli alternativi -una misura senza l’altra è insufficiente-, ma di individuare una formula che sappia conciliare le due cose, nella consapevolezza che il caporalato non è un’anomalia del sistema ma un suo prodotto terribile e perfettamente funzionale. Proprio per questo, ogni intervento non impattante sugli equilibri strutturali si limiterà a cancellare le sbavature di un disegno che in realtà è da ripensare completamente. Lo sfruttamento non può più essere considerato un costo collaterale accettabile del nostro modello economico, ma un suo limite insostenibile su cui lavorare davvero.

CPR

Queste non sono di certo le prime e non saranno neanche le ultime righe che si spendono sul tema dei CPR. Nati con logica emergenziale, al tramonto del secolo scorso hanno subito un allargamento di capienza e finalità. Si badi bene: in questi luoghi non c’è solo il fallimento di un certo modello gestionale, causato da un’incapacità nel far avere anche il minimo trattamento accettabile a chi scappa da contesti meno fortunati dei nostri. Di fronte alle numerose criticità emerse nel CPR di Palazzo San Gervasio, appare evidente la necessità di superare un modello che, invece di garantire tutela e sicurezza, spesso si traduce in violazioni della dignità e dei diritti fondamentali della persona migrante.

Le condizioni denunciate, unite alle problematiche riscontrate dal Garante nazionale, mostrano come queste strutture non sempre rispettino gli standard previsti dalle normative europee in materia di salute, sicurezza e trattamento umano. Per questo motivo, non basta intervenire con semplici miglioramenti interni: è necessario aprire una riflessione concreta sulla chiusura di questi centri e sulla costruzione di alternative fondate sull’accoglienza, sull’assistenza sanitaria adeguata e su percorsi di inclusione sociale, affinché il migrante non venga trattato come un detenuto, ma come una persona portatrice di diritti e dignità.

Infine, constatando i recenti accaduti a Palazzo San Gervasio, è necessario superare una logica esclusivamente detentiva, favorendo percorsi di inclusione sociale, orientamento legale e supporto culturale e lavorativo. Così da restituire alla persona migrante strumenti concreti per costruire un futuro.

CAPITALE UMANO

La formula adottata per trattare quest’argomento è volutamente sfumata, in quanto così facendo si rende possibile l’analisi del tema sotto diversi punti di vista. Risalta innanzitutto l’argomento imprenditoriale, in quanto è lapalissiana un’incapacità generale nella spesa efficace delle risorse pubbliche. Gli incentivi regionali per le imprese che assumono i giovani formati all’Unibas, infatti, si scontrano con un paradosso strutturale: vengono erogati quasi esclusivamente per contratti di collaborazione, stage e tirocini. Questa spinta al precariato non fa che alimentare la fuga dei cervelli, anziché frenarla. Un simile limite si lega a doppio filo alla necessaria sburocratizzazione e digitalizzazione dei fondi europei e nazionali, pilastri di piani strategici come “Resto al Sud”, “Cresci al Sud” e l’istituzione della ZES Unica. Sebbene la Regione non sia direttamente competente su alcuni di questi strumenti, via Verrastro non può restare a guardare. È urgente colmare il deficit di conoscenza e accesso a questi fondi istituzionali attraverso la creazione di unità regionali dedicate all’affiancamento, alla consulenza e alla corretta spesa. Solo semplificando le procedure e digitalizzando i processi si potrà dare concretezza a queste nuove e specifiche fattispecie di sviluppo.

Ancor, la Regione deve farsi promotrice di un vero e proprio “Patto Università-Imprese”, un’alleanza strategica sostenuta da incentivi mirati che leghi i percorsi di studio al tessuto produttivo locale. Su tutti, spiccano quei Master e corsi di specializzazione estremamente specifica che sono delle vere e proprie opportunità su cui puntare, in quanto rappresentano un’occasione d’oro per consentire l’inserimento degli studenti in nicchie di mercato dove le risorse umane sono poco fungibili. Una simile attenzione che si auspicherebbe dalla Regione verso l’imprenditoria è strettamente interconnessa al tema universitario. In un Paese al penultimo posto in UE per numero di laureati, la formazione d’eccellenza dovrebbe essere il primo pensiero della politica italiana e lucana. Il condizionale, tuttavia, resta d’obbligo. Sebbene sia innegabile il grande pregio di mantenere un ateneo con le tasse più basse d’Italia, la mancanza di un percorso di dottorato per gli economisti rimane un tema da affrontare. Non solo perché ciò consentirebbe di investire in delle attività ad altissimo valore aggiunto, ma anche perché la ricerca (ambito notoriamente e volutamente trascurato nel bilancio del Belpaese, più avvezzo a bonus una tantum che a investimenti strutturali) è il volano per quei territori che difficilmente riescono a offrire sbocchi immediati imprenditoriali.

Anteriormente alla laurea, invece, sarebbe auspicabile una maggiore internazionalizzazione dell’ateneo, in quanto ciò permetterebbe di trasformare l’Unibas in un polo attrattivo su temi di rilevanza globale. Oltre a continuare a spingere insistentemente sull’Erasmus, si potrebbero immaginare dei singoli insegnamenti completamente in lingua inglese incentrati sulle maggiori sfide del futuro: dal management della green economy all’ingegneria applicata all’Intelligenza Artificiale, fino all’agri-tech e al turismo evoluto. Studiare in un ambiente più ristretto offre possibilità incommensurabili rispetto ai grandi atenei di massa, soprattutto in una terra in cui la qualità della vita – intesa come economicità delle città, sicurezza e salubrità ambientale – rappresenta un asset competitivo straordinario. E’ tempo di garantire all’Unibas la rilevanza che merita.

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dalla redazione di NumeroZero

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