Sfruttamento e segregazione

La lotta per la sopravvivenza tra le mura del C.P.R. di Palazzo San Gervasio


Esiste una forma di sfruttamento che non si vede nelle buste paga e non si misura in ore di lavoro nei campi: è il sequestro dei corpi e del loro tempo. Succede quando un essere umano smette di essere considerato tale e diventa un numero da parcheggiare all’interno di un recinto di cemento. È la logica del deposito: se non hai i documenti in regola, il tuo corpo viene invisibilizzato, sospeso in un limbo senza fine e diventa anche in questo caso mera merce su cui speculare altro ricavo, lo testimoniano i bandi milionari che riguardano i CPR.

Per dare un nome a questa rimozione dobbiamo parlare dei CPR, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Sulla carta sono “strutture amministrative”, nella realtà sono zone d’ombra della democrazia. Qui la libertà personale viene revocata per mesi per un’infrazione che non è un crimine, ma una mancanza burocratica. Ad oggi in Italia sono presenti dieci CPR, tra cui uno situato nella nostra regione a Palazzo San Gervasio. Nato originariamente come centro d’accoglienza, è stato convertito in CPR nel 2018, diventando in breve tempo una delle strutture più critiche e opache dell’intero sistema nazionale.

Dalla sua apertura fino al 15 dicembre 2024, nel CPR di Palazzo San Gervasio,sono state 734 le persone detenute all’interno della struttura, un dato che interroga profondamente la comunità lucana. Le testimonianze descrivono una realtà drammatica: le persone migranti, ridotti a detenuti, affrontano una quotidianità fatta di pura sopravvivenza, annullamento culturale e una ricerca disperata di inclusione. La struttura stessa appare inadeguata e insicura; la carenza di manutenzione e i frequenti episodi di violenza ne compromettono la sicurezza, rendendo il centro un luogo di marginalizzazione anziché di tutela. 

Il 12 dicembre 2024, il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha svolto un’ispezione presso il Cpr di Palazzo San Gervasio, dichiarando al verbale le numerose problematiche del centro, a partire dalla tutela della salute e sicurezza fino alla somministrazione di farmaci e psicofarmaci non sostenute da un’adeguata terapia. Il detenuto, già dal suo primo ingresso, non riceve le opportune visite di controllo da parte del personale sanitario il quale, nella maggior parte dei casi, non dispone di una competenza clinica ma solo assistenziale, sottovalutando le condizioni di salute ed eventuali patologie fisiche e psicologiche di chi attraversa coste e strade per trovare asilo. Le storie di Issam e Malek rivelano la violenza di un sistema che sospende il diritto e deumanizza l’individuo.

Issam è il simbolo della “gabbia chimica”: stordito per mesi da massicce dosi di psicofarmaci, i suoi tentativi di suicidio sono stati ignorati e liquidati come simulazioni. Solo una perizia indipendente ne ha ottenuto il rilascio per incompatibilità, ma l’uomo è stato poi abbandonato in strada senza alcuna assistenza medica, esposto a gravissimi rischi neurologici.

Malek, invece, è vittima dell’inerzia burocratica: nonostante avesse richiesto asilo, è rimasto prigioniero per due mesi per un errore di polizia, liberato solo dall’intervento del Giudice di Pace.

Queste due esistenze ci ricordano che dietro la definizione di “struttura amministrativa” si consumano tragedie e rinascite. Se Issam ci mostra l’orrore del controllo chimico, Malek ci ricorda che l’unica medicina contro il CPR è la presenza costante di una comunità che riconosce nell’altro un fratello, e mai un numero.

La presenza dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio è qualcosa che non può essere modificato tramite semplici riforme, perché il problema risiede nel DNA stesso di queste strutture. Pensare alle persone migranti come a un elemento che nuoce al Paese, un corpo estraneo da isolare all’interno di strutture di cemento controllanti, è il sintomo di un’ideologia che non può e non deve essere assecondata. Non si può riformare la disumanità. Tentare di “rendere più vivibili” queste gabbie significa accettare l’idea che la privazione della libertà per via amministrativa sia una prassi legittima. Ma non c’è decoro possibile laddove il diritto viene sospeso. 

Questa architettura della segregazione cammina di pari passo con la pericolosa retorica della remigrazione. Sotto questo termine si cela la violenza dello sradicamento e il rifiuto di riconoscere l’altro come parte del tessuto sociale. Parlare di remigrazione significa scommettere sul fallimento della convivenza, preferendo la deportazione al dialogo e la cancellazione dei diritti alla loro estensione. 

Dobbiamo avere il coraggio di dire che i CPR sono istituzioni fallimentari per progetto, non per mancanza di fondi o gestione. Sono il braccio armato di una visione che criminalizza la mobilità umana e trasforma il bisogno di protezione in una colpa da espiare. È tempo di smettere di riformare l’orrore e iniziare, finalmente, ad abolirlo.

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dalla redazione di NumeroZero

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