CAPORALATO
Lo sfruttamento cancella le libertà
Il termine “caporalato” fa riferimento al sistema illecito d’intermediazione e sfruttamento del lavoro, prevalentemente in ambito agricolo, posto in essere da soggetti (i “caporali”) che arruolano e organizzano la manodopera.
Tra i molteplici aspetti caratterizzanti di questo fenomeno, uno assume particolare rilevanza, poiché oltre ad essere requisito essenziale per l’applicazione dell’art.603 bis c.p. , ne evidenzia la natura subdola e criminale: l’approfittamento dello stato di bisogno del lavoratore.
Le vittime di sfruttamento lavorativo sono soggetti il cui stato di vulnerabilità è tale da comprometterne fortemente la libertà di scelta, inducendoli ad accettare condizioni lavorative inique e umilianti. I braccianti sono costretti a ritmi di lavoro insostenibili con orari strazianti, senza giornate di riposo e in un contesto caratterizzato da gravi carenze sotto il profilo della sicurezza, dell’igiene e della dignità personale. Le giornate lavorative possono protrarsi anche oltre le 10/12 ore consecutive, con compensi irrisori e del tutto sproporzionati rispetto alla gravosità dell’attività svolta. Le retribuzioni medie (spesso a “cottimo”) si attestano tra i 4 e i 6 euro l’ora. Inoltre, una parte consistente della paga viene trattenuta dal caporale per il trasporto verso i campi, l’alloggio o persino per beni essenziali. Si instaura così un rapporto di totale subordinazione costruito attraverso il ricatto e la minaccia da parte di chi sa di poter controllare tutti gli aspetti della vita di lavoratori, per la maggioranza stranieri, che a causa della precarietà economica, dell’isolamento sociale e spesso per l’irregolarità del proprio status giuridico, non dispongono di strumenti per sottrarsi a suddette dinamiche.
Le conseguenze drammatiche di questo sistema emergono anche attraverso episodi di cronaca: nell’ottobre 2025 quattro braccianti di età compresa tra i 20 e i 34 anni hanno perso la vita in un incidente stradale sulla Fondovalle dell’Agri mentre rientravano dal lavoro nei campi di fragole del Metapontino. Viaggiavano stipati in dieci in un’autovettura omologata per sette. I caporali avrebbero minacciato i sopravvissuti per indurli a fornire ricostruzioni dei fatti alterate. Ciò nonostante, i lavoratori coinvolti, oltre a riferire informazioni riguardo all’incidente, hanno denunciato condizioni abitative degradanti in alloggi sovraffollati e privi di servizi igienici sufficienti, paghe nettamente inferiori rispetto a quelle previste dai contratti e il mancato rispetto di ogni misura di sicurezza.
In Basilicata, secondo le stime operate attraverso i dati Istat più aggiornati (2023), vi è la presenza di un numero di lavoratori irregolari nel settore primario pari a circa 5.000. Il dato è riferito ai soli addetti residenti in Basilicata, ai quali si aggiungono i circa 5/7 mila avventizi e pendolari sfruttati che raggiungono i principali contesti agricoli del territorio regionale. Questa cifra porterebbe il numero totale dei lavoratori sottoposti a forme diverse di sfruttamento lavorativo entro i confini lucani a più di 10/12.000 unità soprattutto nei periodi in cui si registra un bisogno maggiore di lavoratori da destinare a mansioni non qualificate. (VII Rapporto Agromafie e Caporalato)
Numeri così elevati evidenziano un vulnus nel nostro ordinamento democratico: consentire che il profitto di alcuni possa fondarsi sull’asservimento di altri è un grave fallimento della società e dei suoi principi fondamentali. Quando una realtà tollera la libertà di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finisce inevitabilmente per svilire e vanificare ogni altra libertà. In questo scenario, occorre riaffermare il valore del lavoro come strumento di realizzazione e emancipazione umana, che lo Stato e la collettività sono chiamati a garantire e tutelare.
Tale è la ragione per cui la lotta al caporalato è una lotta di tutti i Cittadini.
