Nessuno verrà a salvarci:
La Basilicata che deve rischiare
C’è un dato che i bilanci e le statistiche non riportano mai: il denaro dei privati è estremamente codardo. Non cerca l’avventura, non risponde agli appelli patriottici, ma cerca esclusivamente la certezza del ritorno. Per decenni, mentre lo Stato versava miliardi nel Mezzogiorno per “tappare i buchi”, i grandi investitori e le migliori imprese italiane hanno fatto una scelta chiarissima: restare a distanza di sicurezza, non per pregiudizio, ma per un puro e freddo calcolo dei costi.
Ci siamo raccontati per cinquant’anni la favola sbagliata che al Sud mancassero i soldi, quando la verità, molto più scomoda, è che sono mancati i progetti capaci di sedurre i mercati. I finanziamenti a pioggia hanno creato un’economia drogata dall’assistenza, dove lo Stato paga le spese ma nessuno rischia del proprio.
La vera rivoluzione meridionale non passa dunque dall’ennesimo bando pubblico, ma dalla capacità di convincere un privato a firmare un assegno a fondo d’impresa. Ad impedire questo cambio di passo c’è un’infinità di ostacoli quotidiani: un’autorizzazione ambientale ferma su una scrivania, un container di merci che attende un raccordo ferroviario inesistente, un giovane ingegnere con le valigie pronte per Milano o per l’estero. È così che si consuma la fuga dei capitali dal Mezzogiorno, dove l’incertezza diventa la regola, l’iniziativa autonoma semplicemente sparisce.
Questa crisi ha avuto effetti ben più ampi della sola sfera economica, forgiando la piaga di un clientelismo che ancora affligge il territorio e trasformando il Sud in quel paziente a cui, al posto di somministrare una cura, si continuano ad aumentare le dosi di morfina.
In Basilicata il quadro si fa impietoso. Matera resta l’unico capoluogo di provincia italiano isolato dalla rete ferroviaria statale principale, mentre arterie come la SS 106 Jonica e la Basentana impongono tempi di percorrenza insostenibili per la logistica moderna.
Il tessuto economico lucano si è adagiato per decenni su due polmoni artificiali: le estrazioni in Val d’Agri e l’indotto automotive di Melfi. Ora, con la transizione elettrica di Stellantis che minaccia la filiera e i drastici cali delle estrazioni, la mancanza di un ecosistema di piccole e medie imprese indipendenti lascia il territorio del tutto scoperto.
Le risorse del PNRR rischiano di essere l’ennesima occasione sprecata se usate per finanziare piazze comunali anziché per azzerare questo gap logistico; il completamento della ferrovia Ferrandina-Matera e l’adeguamento delle direttrici verso i porti pugliesi e campani sono l’unica vera moneta di scambio per rendere il territorio attrattivo e riscattare questa condizione di isolamento. I fondi pubblici devono servire a creare le condizioni per il rischio, non a sostituirsi a chi dovrebbe rischiare.
In un contesto simile, cercare un impiego statale è diventata la risposta più razionale a un ecosistema che per oltre mezzo secolo ha punito l’iniziativa autonoma e premiato la rendita di posizione. L’impiego pubblico ha funzionato da tranquillante sociale, garantendo un reddito minimo ma distruggendo contestualmente il valore dell’imprenditore; fare impresa è diventato un peccato originale da espiare tra insidie burocratiche e controlli sospettosi.
Ci hanno insegnato che l’unico investimento sicuro in Basilicata è l’attesa: di un bando, di un concorso o dell’ennesimo sussidio, trasformando la regione in una gigante sala d’attesa da cui chi non ha voglia di aspettare, semplicemente va via.
Ma al di là di ogni alibi strutturale, esiste una verità con cui la nostra generazione deve fare i conti: la rassegnazione è una scelta comoda. Smettere di investire o di fare impresa qui non è l’inevitabile conseguenza di un sistema ostile, ma l’effetto diretto di una cultura che ha troppo spesso preferito la tutela al rischio, adagiandosi sull’illusione che qualcuno sarebbe venuto a salvarci.
Continuare a incolpare la burocrazia o la cronica mancanza di fondi è diventato il modo più semplice per assolvere la nostra inerzia, dimenticando che l’attesa è soltanto una forma elegante di resa.
Non possiamo pretendere che il capitale creda nella Basilicata se noi per primi abbiamo smesso di credere in essa; i grandi investitori scommetteranno su questo territorio solo quando la qualità dei nostri progetti e la determinazione di chi li guida sapranno superare il costo dell’incertezza.
Il mercato non aspetta il riscatto del Mezzogiorno. E allora la domanda diventa inevitabile: amiamo davvero questa terra al punto da rischiare per essa, o abbiamo già deciso che il suo declino sia l’unica conclusione possibile?
