Il Meridionalismo Passivo

Quando il divario diventa normalità

In Italia si discute di crescita, innovazione e intelligenza artificiale, ma raramente si fa riferimento al Meridione. Quando si parla di Sud, invece, l’attenzione ricade quasi sempre su spopolamento, fondi da spendere ed emergenze. Da anni persistono stereotipi, talvolta verosimili ma sempre semplificatori, che alimentano nell’opinione pubblica l’idea di un Mezzogiorno marginale e strutturalmente in ritardo.

Nonostante i dati abbiano dimostrato chiaramente il divario tra Nord e Sud del Paese nei decenni scorsi, nel dibattito politico odierno il Sud viene spesso considerato unicamente come un problema da amministrare. È a partire da questo snodo che si può cogliere una delle ragioni più profonde per cui la “Questione meridionale” continua a riproporsi ancora oggi. L’idea dominante è che una condizione come quella lucana sia quasi impossibile da sanare e che tentare un cambio di rotta sia uno sforzo individuale inutile, vista la scarsa partecipazione e il disinteresse della comunità.

Le criticità del Mezzogiorno affondano le radici già al momento dell’Unità d’Italia, con un evidente ritardo nello sviluppo economico e infrastrutturale rispetto al resto del Paese e all’Europa continentale. Nonostante l’ingente quantità di fondi statali investiti nello sviluppo della punta dello Stivale, il divario appare ancora oggi difficile da colmare. Questa arretratezza ha consolidato nell’immaginario collettivo l’idea che il Meridione sia una realtà naturale e quasi insanabile, da accettare più che da trasformare.

Il giovane lucano, acquisita consapevolezza della situazione della propria terra, percepisce spesso come la comunità circostante si sia “abbandonata al suo destino”. La scelta più razionale sembra quindi la fuga, contribuendo a quel ciclo generazionale di spopolamento e fuga di cervelli che riflette le criticità più profonde della “Questione meridionale”. Oggi il problema non è più solo economico, ma anche culturale e politico.

Il termine che viene comunemente utilizzato per definire il divario tra regioni del Mezzogiorno e quelle del Settentrione è quello di “Meridionalismo”. Per estensione, l’atteggiamento sopradescritto può essere definito Meridionalismo passivo. L’attributo “passivo” indica il carattere quasi coercitivo della condizione del Sud, che si impone sul singolo abitante e genera un disinteresse verso la politica o qualsiasi iniziativa locale. Ne consegue l’idea diffusa che il Sud non possa svilupparsi senza un aiuto statale o europeo, e che non sia in grado di “spiccare il volo” autonomamente.

La percezione della propria terra si lega così, in maniera quasi indissolubile, all’immagine offerta dal dibattito pubblico, rafforzando stereotipi e luoghi comuni. Questo processo storico ha origini profonde, legate al lungo divario tra un Nord “europeo” e un Sud “mediterraneo”. Il termine “Meridionalismo” entrerà stabilmente nel dibattito pubblico grazie agli studi e alle testimonianze di intellettuali e uomini politici.

Il primo in assoluto fu probabilmente Giustino Fortunato, deputato e poi senatore del Regno d’Italia. Fortunato, come racconta Gaetano Salvemini, era “assai pessimista sulla capacità dei meridionali di sollevarsi con le loro forze dal baratro cui erano stati messi dalla natura nemica e dalle sventure della loro storia […] e aspettava dal Nord la salvezza”. Per Fortunato e altri intellettuali, l’Unità fu un processo forzato e ineguale: denunciavano un evidente favoritismo nei confronti delle regioni settentrionali nel ricevimento di fondi per lo sviluppo industriale e infrastrutturale.

Anni più tardi, Francesco Saverio Nitti affermò che il Meridione aveva “…visto seguire in politica, in dogana, in finanza, in amministrazione, l’indirizzo più opposto ai suoi interessi…”, a causa del tentativo dello Stato centrale di applicare al Sud le stesse misure fiscali del Nord senza considerare l’arretratezza economica e sociale della regione.

Volgendo ora uno sguardo all’analisi statistica più attuale si può notare:
Secondo il Rapporto annuale sulla situazione del paese adoperato dall’Istat con riguardo all’anno 2024, in termini di PIL Pro-Capite, ovvero di ricchezza prodotta dai singoli cittadini, la distanza tra Nord e Sud è quasi quantificabile in un rapporto 2 a 1.
Nel 2024 il Centro-Nord risulta avere un PIL Pro-Capite pari a circa 44mila euro, al contrario il Meridione risulta avere un PIL Pro-Capite quasi dimezzato, pari a circa 25mila euro. Di contro, analizzando la crescita del PIL in volume del 2024 (sul 2023) la differenza tra Centro-Nord e Mezzogiorno si appiattisce quasi completamente: questi registrano un tasso di crescita rispettivamente pari al +0,8% e +0,7%.
In termini economici si tratta di una differenza di livello, non di ritmo: il Mezzogiorno parte da una posizione molto più bassa, anche quando cresce allo stesso passo del resto del Paese.

Il Mezzogiorno non è una terra ferma, ma una terra che corre su un tapis roulant: si muove, ma non riesce mai ad avanzare. La Basilicata è persino tra le regioni più forti del Sud (+14% rispetto alla media del Meridione in termini di PIL Pro-Capite) , eppure resta intrappolata in una distanza strutturale dal resto del Paese.
È qui che nasce e prospera indisturbato il meridionalismo passivo: non dall’assenza di crescita, ma dalla percezione che, comunque vada, non basterà mai.

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dalla redazione di NumeroZero

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