E IO CI STO

Adattamento, consenso e clientelismo nella società lucana


«E io ci sto» cantava Rino Gaetano. Una frase che non rivendica nulla, che non si oppone e non entusiasma; espressione di presenza passiva, di adesione minimale, con cui si raccontava un Paese abituato ad assistere ai giochi di potere senza che quei giochi fossero davvero i suoi.
Nella nostra terra, questa frase restituisce bene il rapporto che si è consolidato nel tempo tra società e politica tradizionale: un rapporto fatto più di adattamento che di scontro, più di continuità che di rottura. La nostra regione, storicamente isolata e profondamente segnata dalla “questione meridionale”, è una delle più fragili del Paese.
In questo contesto, la politica lucana ha spesso legittimato la propria esistenza non per la capacità di elaborare visioni o riforme strutturali, ma per aver saputo gestire l’esistente. In una terra periferica, carente dal punto di vista produttivo e sempre più spopolata, l’azione politica si è tradotta troppo spesso in amministrazione dell’emergenza.
Il clientelismo non è stato un’eccezione, ma un sistema ordinario di costruzione del consenso: uno “scambio” di favori tra classe politica ed elettori che ha condizionato il voto e garantito alla classe dirigente dominante poltrone e poteri intatti. Il rapporto tra rappresentanti e rappresentati si è così basato su una mediazione continua, personalizzata e poco trasparente.
Il consenso non si conquista con i progetti, ma si conserva dentro una rete di rapporti che distribuisce rassicurazioni, piccoli vantaggi e promette protezione. La politica diventa intermediazione e non decisione, presidio e non direzione. In questo sistema il favore non è solo alternativo al diritto: lo precede, lo aggira, talvolta lo sostituisce. La distribuzione delle risorse pubbliche finisce per non basarsi su merito e capacità, ma su legami personali e politici.
Esempi emblematici sono riconoscibili in settori cruciali come la sanità regionale, dove numerose inchieste hanno denunciato mala gestione di appalti e nomine, alimentando una percezione diffusa di inefficienza. Si assiste inoltre a una crescente personalizzazione del potere: i leader locali diventano gli unici intermediari per l’accesso a servizi o opportunità lavorative, rafforzando una dipendenza che consolida lo status quo.
L’immobilismo che ne deriva non è semplice inerzia. È il risultato di un equilibrio cristallizzato. Cambiare davvero significherebbe rompere reti di mutua dipendenza, esporsi all’incertezza, accettare il rischio di perdere consenso.

La politica tradizionale lucana ha spesso preferito la stabilità come valore in sé, anche quando quella stabilità coincideva con la riproduzione delle disuguaglianze e con la rinuncia a una progettualità di medio-lungo periodo.
La burocrazia stessa reagisce in modo passivo alle indicazioni di partito e ai condizionamenti esterni, anziché guidare lo sviluppo, contribuendo a una sensazione diffusa di palude istituzionale in cui interessi particolari prevalgono sul bene comune.
In questo quadro si ridefinisce anche la cittadinanza. Le persone non scompaiono, ma si riducono a una presenza silenziosa, discontinua, negoziata. Il cittadino chiede esclusivamente soluzioni individuali e risposte personali
È qui che il “ci sto” di Rino assume il suo significato più profondo: non un consenso pieno, ma una consapevole accettazione di un sistema percepito come immutabile. Una “zona grigia” fatta di ignavia, apatia e adattamento che ha contribuito a far definire la nostra terra, non senza amarezza, “regno del clientelismo”.
Eppure questo quadro, per quanto critico, non è una condanna definitiva. Se è vero che l’immobilismo politico e la carenza di efficacia amministrativa hanno aggravato lo spopolamento e alimentato la fuga dei giovani, è altrettanto vero che proprio da qui può partire un cambiamento.
Un nuovo protagonismo giovanile e una società civile più consapevole possono rappresentare l’alternativa alla politica tradizionale. Riprendere oggi quel verso di Rino Gaetano non significa limitarsi a descrivere un meccanismo, ma interrogarsi sul prezzo pagato per questa adesione minimale. Quanto ci è costato dire “io ci sto” senza pretendere di più? Quanto l’abitudine all’adattamento ha inciso sull’incapacità di immaginare un’alternativa?
La Basilicata può ripartire solo se i cittadini, e in particolare i più giovani, smettono di considerarsi estranei alle decisioni pubbliche e iniziano a esercitare attivamente i propri diritti, denunciando disagi e inefficienze, rifiutando l’indifferenza e il menefreghismo.
Perché una politica che vive di “io ci sto” può durare a lungo, ma difficilmente si muove. E senza movimento, anche la sopravvivenza rischia di diventare una lenta forma di rinuncia.

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dalla redazione di NumeroZero

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