CULODICRAPA
Servo e padrone
La piazza di Montalbano Jonico stamattina ha un colore che le rende giustizia, pare una donna bellissima, che solitamente trascurata, oggi, per la giornata di festa ha deciso di cacciare l’abito che tanto l’è sempre piaciuto, magari indossato altre volte, ma ancora incaricato di suggerire stupore.
Oggi è sempre stato San Giuseppe, poi la tendenza a festeggiarci per non sputarci in faccia ha portato alla ribalta un doppione festivo: non più la festa di un papà, ma la festa di tutti loro (ché poi se chiamata “festa DEL papà” per i cattolici, almeno, sarebbero due piccioni presi con una fava). La parrocchia di Santa Maria dell’Episcopio ha ben pensato di scarrozzare in piazza quei pochi bambini del paese, per una piccola “recita” a tema (quanta malinconia arreca il dizionario d’asilo, terribilmente orfano di qualsiasi appunto pedagogico). Certo è che nello stomaco una flotta di emozioni bastarde mi picchiano duramente a sentirmi dire “una piazza piena di bambini” – dalla voce della maestra Lina – e vedere una piazza quasi vacante, sghemba, da tanto illusa di riempirsi e ormai da troppo mezza vuota…vuota…DESERTA!
I bambini vanno avanti annoiati a consegnare cravattine e cravattelle ai papà, sempre secondo le idee delle povere insegnanti, per le quali alle femmine si regalano le gonne e ai maschi le cravatte.
Girandomi un po’ intorno, ancora annaspante dal sonno mezzo notturno e mezzo diurno, scorgo due uomini isolati: uno sulla destra, seduto alle ostinatissime sedie “Algida” del Bar Londra, di un rosso caparbio al punto di resistere forse un secolo, l’altro seduto poco a sinistra, su un muretto scrostato che reca addosso una scritta a spray: “Teresa andiamo insieme a messa domani?” (lirici adolescenti lucani!).
Quello a destra è un maschione peloso: Peppe “Culodicrapa”, noto agricoltore del posto e anche l’ultimo di una formosa stirpe. Quel nome fu una sentenza del bidello Donato a onorare la sua genealogia agricola. È un agricoltore d’avanguardia lui: fanatico della Coldiretti, mocassino beige con fibbia diamantata, camicia più sbottonata che abbottonata e gel sul riporto corvino (tinto) dei suoi capelli. L’altro è Dayo, un ragazzo africano del Ruanda, ormai un signore, un padre, ma la sua illusione irremovibile e la sua rabbia intarsiate in quei due occhi, me lo hanno fatto sempre pensare ragazzo. Vi risparmio il suo abbigliamento, vi farebbe vergognare di avere uno straccio solo addosso. So benissimo che Dayo “fatica” per “Culodicrapa”, ma ora almeno, lo guarda fitto fitto e non gli parla, sembra detestarlo.
E come dargli torto, l’agricoltore d’avanguardia l’ha raccolto appena arrivato qui a Montalbano, come si raccoglie una busta di patatine unte da terra, con due dita appuntite e una smorfia di schifo. Dayo lavora per “Culodicrapa” almeno quattordici ore ogni “santo” giorno e dopo avere adempito al suo compito agricolo, <<l’africano mi pulisce la casa e pure il cesso, tranne la cucina, chè lì mi fa schifo>>, trascrizione delle parole di Peppe. Dayo è già alla sua infinitesima odissea, era riuscito a scappare esausto dal ghetto di Boreano, sperando in qualcosa di meglio, qui nel Metapontino.
D’estate cura la raccolta delle fragole perlopiù, nel resto dell’anno credo faccia di tutto. Mi diceva una volta, non parla molto lui, che non aveva mai assaggiato una fragola, lo nauseavano, tanto le aveva viste e toccate. Forse lo nauseava ancora di più il “padrone” di quei campi: Culodicrapa era parte della filiera della fragola del metapontino, patrimonio lucano, il nostro petrolio rosso, che fa la puzza del sudore, che fa la puzza del dolore.
Un annetto fa, a un mese dal suo arrivo qui, i vecchi al bar, sodali del suo datore, raccontavano soddisfatti che il “cristiano di pece” prendesse due euro all’ora, e non gravasse nemmeno su Peppe per l’alloggio, dormendo su un soppalco di compensato ricavato dentro il pollaio. Un altro, nella medesima occasione, abbigliava addirittura il “negro”, della fortuna di trovarsi direttamente sul luogo di sfruttamento: aveva visto, recandosi in campagna, una trentina di “negri” stipati in un furgone, negli spostamenti da un campo a l’altro, e ridendo di trinciato e Peroni aveva suggerito di disinfettarlo, il mezzo, prima di farci entrare i porci.
Ora però mi salta in mente, che a Natale, ho assistito a una scena truce direttamente: Dayo era in chiesa alla veglia della mezzanotte e dopo la funzione in pompa magna il prete distribuiva dei pensieri agli astanti, quando, arrivato in faccia a Dayo lo evitò dicendogli che si doveva già ritenere grato del suo impiego italiano e che il Signore a un grande regalo già aveva provveduto, era inutile pretenderne altri. Dayo non si scompose, so solo che nella distrazione generale della chiesa, lo vidi entrare in sacrestia e uscire con il sacco delle ostie nel giubbotto: il suo pranzo della festa forse.
Ma tornando alla piazza allegra, la recita è finita e vedo i piccoli sfilarmi davanti: in braccio ai papà i più piccoli, con la mano nella mano i più pesanti. La gioia credo di scorgerla da come i piedi toccano e fuggono dal terreno in technicolor, creando un contrasto netto con “Culodicrapa” e Dayo in bianco e nero, nello sconforto che regala sbilanciare un poco lo sguardo ed essere gli unici a non trovare un figlio al lato.
Ma Dayo adesso è partito di botto, sobbalzo a vederlo addosso al suo “padrone” generoso di pugni e calci e colpi di ginocchi e gomiti, un inferno di rabbia sospeso solo dalla nota didascalica di una delle maestre: <<che brutto spettacolo per ‘sti poveri bambini>>.
È lo spettacolo della rabbia dei monchi, degli sfasciati dentro. E un figlio che cerchi e non trovi ti sfascia tutto, ti devasta, ti asciuga dal cuore assetato, ogni rigagnolo d’acqua piovuto da tutti gli altri amori.
Dayo è sempre stato trattato come una bestia da “Culodicrapa”, orfano di un padre perso in Ruanda nel ‘92, durante la guerra civile, quando lui aveva appena quattr’anni. Peppe, invece, il padre l’ha perso infelice: gli avevano espropriato quella miseria di terreno che manteneva per farci una putrida discarica. Un Melibeo senza espatrio, esiliato in casa sua e con lo scotto di constatare lo scempio.
Orfani di padri entrambi: “Culodicrapa” lo sfruttatore e Dayo lo sfruttato. Orfani di figli, nel giorno della loro festa, entrambi: il figlio dello sfruttatore era buttato sui manuali di medicina a Torino, il figlio di Dayo invece giocava ancora a fare il cavalluccio marino nel mare della sua infanzia che ormai tende all’eterno, MORTO, a qualche miglia da Lampedusa. Era questa la rabbia più grande, ogni pugno era di quella mano sfruttata che attendeva invano quella di suo figlio. Il nome Dayo vuole dire “la gioia arriva”, ma chissà quando…
Lo sfruttatore e lo sfruttato, incollati dal sudore della rissa sono mai come oggi simili: Dayo sfruttato da “Culodicrapa”, sfruttatore visibile, “Culodicrapa” sfruttato da sfruttatori invisibili.
I due si dividono, stranamente nessuno alza le mani su Dayo, sarà per il puzzo, non credo per altro.
Io resto lì, fermo.
Cerco le lacrime ma non le trovo, come se cercassi l’odore su un maglione già lavato di una persona che ho perduto…quell’odore, quelle lacrime le riconoscerei subito, ma subito è già passato, è già tardi…
