Carnefici
Sono un maschio lucano, ventenne, sradicato e trapiantato a Roma. Come tale, mi sono lasciato felicemente attraversare da quel brivido che solo la parola “fuga” sa regalare. Credo sia un sentimento tipico dei più giovani; in caso contrario, il rischio è quello di scivolare troppo presto nella rassegnazione, un grande rischio, a mio avviso.
Quando mi sono trovato impelagato nell’età in cui sei più formato dei tuoi nonni e meno formato dei tuoi genitori, si sono innescate una serie di piccole crisi che mi hanno fatto tremare, subito spente da quella “mancanza di responsabilità e pensieri seri” che gli stessi genitori propongono come soluzione o, meglio, come ultimo stadio d’innocenza. Un’innocenza che, a dire il vero, mi è stata donata anche dal rapporto speciale con i miei nonni.
Queste crisi si mescolano a un’ambizione di vita boema, decadente, che letture come Bukowski o Baudelaire sanno accrescere, se non addirittura esasperare. Ad oggi tremo nel leggere Rimbaud e i sogni boemi mi sembrano una marea di stronzate da dissoluti, una categoria alla quale spero di non appartenere, pur guardandola con un velo di simpatia e di sfumata fratellanza. A ciò si aggiunge il ritrovarsi ammaliati dall’eterna Roma da veri provinciali, nel senso più nobile del termine, in un modo che definirei felliniano e pasoliniano (pur con le loro contraddizioni).
Tutto questo comporta una fuga, una sensazione inappagante, un falso coraggio per affrontare una strada che la narrazione ha reso ostica, ma in realtà è già bella che spianata. Essere fuorisede è ormai un diritto diffuso per un meridionale, ma quando si scambia il diritto con il privilegio si cade in un grande ed imperdonabile errore. Data la matrice “criminale” e dispari che interessa dall’interno e dall’esterno la formazione universitaria in Italia, mi prendo il rischio di ritenere un privilegio l’essere fuorisede.
Questa vita da privilegiati, da una manciata di giorni ormai, si unisce a un discorso già accennato: l’innocenza. O meglio, la sua perdita.
Con la morte di un nonno (così speciale per me, lo ripeto), e potrei sottoscriverlo, si può perdere l’innocenza.
Persa l’innocenza mi sono trovato di fronte al bivio di una narrazione trita e ritrita tutta lucana, che mi ha costretto a interrogarmi sulla mia posizione: sono vittima o carnefice? Sarò dunque vittima o carnefice in quello che, dalle bestie intellettuali, dagli opportunisti ambasciatori del welfare, dai politici perennemente centristi, viene definito il “fenomeno giovanile lucano” o, peggio ancora, “spopolamento”?
L’ultimo è un termine a mio avviso aberrante, nichilista, che ci ingurgitiamo come fosse stato prescritto dal medico (modo di dire diffuso in Basilicata). Mi va di intenderlo come uno scacco al popolo, un atto ben preciso teso a individualizzare una Regione, a distruggere la comunità, rendere tacitamente tutto il popolo (ormai segnato) vedovo di esso stesso.
A mio avviso è questo il frutto della narrazione sullo spopolamento lucano: un’accettazione mediocre di una battaglia solitaria connessa a un’azione programmatica politica “anti-popolo”.
Specchio è quella becera ambizione tutta borghese che alligna nella città di Potenza da sempre, mirata a demonizzare l’unica vera virtù di una città in questo tempo: la provincia. Potrebbe salvarsi solo chi è minoritario, limitrofo, periferico, subalterno, ma questa condizione alla media società potentina fa vergogna, dà fastidio.
Ma ritornerei sul punto principale: da fuorisede sono vittima o carnefice?
Ebbene, se chi fugge è sempre stato considerato una vittima del “sistema” (nauseante) lucano, io rientrerei a mani basse in questa categoria. A dispetto, credo sempre più di essere, insieme a tutti i fuggitivi, dalla parte dei carnefici: coloro che da un lato regalano una forma di impotenza gratuita al cosiddetto “sistema” e dall’altro la rassegnazione a chi resta.
Se però noi fuggitivi dobbiamo ritenerci carnefici, non possiamo cadere nell’omertà di non ammetterlo. Noi che siamo andati a sognare altrove, forse non accontentandoci del sogno nostrano.
Allora, pur con tutta l’ipocrisia che può abbigliare un carnefice-benevolo, dovremmo provare a cambiare qualcosa, da carnefici quali siamo sia chiaro, senza travestimenti o cambi d’identità, perché se a noi il sogno e la prospettiva (egoistica) sono sembrati troppo poco, per chi è rimasto sta assumendo le sembianze del nulla.
In fondo, molto spesso nella storia, una piccola o grande rivoluzione è stata innescata da un gruppo di persone “relativamente comode”; da chi tra il grido per un pezzo di pane e il pezzo di pane stesso non prova quel sentimento, così egoistico, della “fame pura”.
La difficoltà è far progredire i cambiamenti senza retorica, facendo i conti con le crisi e le contraddizioni di noi fuggitivi, di noi carnefici. Per cercare di scalfire l’inerzia delle vittime rimaste servono conflitti tesi a uno sviluppo, non sterili lamenti.
Quel lamento, così straordinariamente descritto da Levi, De Martino, così poco storicizzati, non ha più modo di esistere, di resistere e, forse, è sempre stato disinteressato alle dinamiche estranee da sé. Erano “fruscoli” i lucani nel “Cristo”, non erano cristiani, erano magici: tutte caratteristiche che noi non possiamo più rivendicare, siamo diventati generalmente e piattamente interessati, cristiani e insieme democratici (capirete la mia inversione nell’ordine delle parole) e infine siamo tristi, privi di stupore. Talmente avversi all’impegno da lasciarci debellare come popolo e collettività civile, anche nel lessico saturante (“s-popolare”).
E se quel lamento disperato, folclorico, profondo è ormai finito, oggi non ci resta che un lamento superficiale, accondiscendente, inutile.
Non ci resta che andare contro, rompere i coglioni, da carnefici, da spauriti fuggiaschi, da meridionali clandestini quali siamo. Senza dimenticare mai che, piccola o grande che sia, in noi cova una colpa.
