Gli spazi elettorali
Qualora uno straniero volesse interessarsi della politica italiana, un buon consiglio sarebbe cominciare a studiare la storia delle “leggi elettorali”. Con questa espressione ci si riferisce a quelle norme che stabiliscono come i voti ottenuti alle elezioni si trasformano in seggi. Pochi argomenti più di questo permettono di comprendere il rapporto della nostra classe dirigente col Potere.
Ci siamo già occupati di come le ingegnerie elettorali abbiano progressivamente ridotto la rappresentanza territoriale, colpendo soprattutto le regioni più piccole e demograficamente svantaggiate. Lo abbiamo fatto quando la riforma elettorale non era al centro del dibattito politico nazionale.
Eppure, nonostante la centralità adesso acquisita dal tema, dai nostri rappresentanti locali non arriva un dibattito all’altezza della posta in gioco. Nessuna vera battaglia per far valere le istanze di una regione già penalizzata dal taglio dei parlamentari, ormai pochi e spesso non lucani.
Ma per quale motivo parlare di legge elettorale in un numero dedicato alla riappropriazione degli spazi? Perchè prima ancora di riappropriarci degli spazi fisici, culturali e politici, dovremmo riappropriarci della scelta di chi quegli spazi li andrà a occupare.
Col tempo, le leggi elettorali hanno sia aumentato la distanza tra delegati e cittadini, sia svuotato il relativo rapporto. Soprattutto per le piccole regioni, perdere questo collegamento significa incaricare chi, pur presente nelle istituzioni, è in realtà assente dal territorio.
La legge elettorale può essere proporzionale o maggioritaria. Nel primo caso, la percentuale dei consensi corrisponde alla percentuale degli eletti; nel secondo, il numero dei rappresentanti in Parlamento appartenenti alla coalizione vincitrice è tendenzialmente più alto della percentuale dei voti ottenuti alle elezioni.
In Basilicata, il sistema proporzionale – affiancato alle preferenze – avrebbe il pregio di riflettere maggiormente la volontà degli elettori, obbligando i candidati, soprattutto se non lucani, a un maggiore impegno sul territorio.
Al contrario, il sistema maggioritario sacrifica la rappresentatività popolare in nome della stabilità governativa, determinando una maggiore personalizzazione. Infatti, tale sistema ben si adatta a quei contesti in cui spiccano leader forti che concentrano su di sé le campagne elettorali.
Se in altri paesi il “convitato di pietra” è che il meccanismo elettorale non vada alterato a seguito di ogni elezione, ciò parrebbe non valere per l’Italia: dal 1993 si sono susseguite ben quattro leggi elettorali.
La poca serietà nel trattare tale argomento è dimostrata dal “Porcellum”, legge proposta nel 2005 e così ribattezzata dopo che Calderoli – allora ministro e principale sostenitore – la definì una “porcata”. La normativa prevedeva liste bloccate, premio di maggioranza e indicazione del leader; il testo fu dichiarato incostituzionale nel 2014.
Appare quasi una provocazione il fatto che, nonostante la sentenza di illegittimità, tutti questi elementi siano riproposti nel “Melonellum”.
In verità, se ogni legge elettorale proposta aveva dei pregi e dei difetti, quello che il Governo ha autodefinito “Stabilicum” si presenta come “un crogiolo di previsioni antidemocratiche e di assai dubbia legittimità costituzionale” (Volpi, 2026).
Sono tre le principali criticità che caratterizzano questa proposta.
1.Il premio di maggioranza e l’assenza di territorialità. La coalizione che raggiunge almeno il 42% ha diritto a 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato. Nessuno di questi viene redistribuito territorialmente, poiché si è preferito basare l’assegnazione unicamente sulla densità abitativa. In tal modo, si rischia che il già esiguo numero di rappresentanti della Basilicata venga ulteriormente eroso dal premio di maggioranza. In Europa, un simile meccanismo lo ha solo la Grecia.
2.Le (finte) preferenze. I capilista sono ancora decisi a Roma, lasciando agli elettori la possibilità di scegliere solo i candidati dei partiti vincitori di più seggi.
3.La raccolta delle firme. Richiedere 6000 firme ai movimenti extra-parlamentari significa privilegiare i partiti maggiori, salvando solo quelli più piccoli già eletti.
Insomma, tutte queste introduzioni mortificano la vittoria del fronte progressista avutasi con l’approvazione del voto fuorisede. È quindi chiaro come la battaglia per una legge elettorale più giusta non si può dire conclusa: ha solo cambiato maschera.
