La Basilicata non è una cartolina:

la trappola della vita lenta


Anche quest’estate i nostri feed sono stati inondati dalla stessa sequenza di cartoline: vicoli in pietra, terrazze vista mare, piazze di paese ricolme di gente. Il filo conduttore che accompagna questi post è sempre lo stesso: la poeticizzazione della cosiddetta “vita lenta”.Intesa come la trasformazione del nostro modo di vivere in un folklore da vendere al turismo di massa: una favola che cancella chi abita davvero questi posti e ne nasconde la realtà quotidiana, fatta di disagi, emarginazione e continua mancanza dei servizi essenziali.

Dietro questa celebrazione estiva della “decrescita felice” c’è chi in Basilicata ci vive tutto l’anno; chi la lentezza non l’ha scelta, ma subisce l’impossibilità di accelerare. L’idea di tempo che si ferma, venduto come valore poetico e anticapitalistico, non è altro che il risultato del disinteresse di una classe politica che ha smesso, o forse non ha mai iniziato, ad investire sul territorio. La chiusura delle scuole e degli uffici postali, le lunghe attese per le corse del bus: il tempo perso ad aspettare i servizi di base è esattamente ciò che, d’estate, viene magicamente riciclato come “lentezza poetica”.

Mentre il narrare turistico glorifica l’assenza di frenesia, la realtà quotidiana si traduce nell’impossibilità di esercitare i propri diritti fondamentali. Quando un ospedale dista un’ora di strade con manutenzione scadente, quando una linea ferroviaria viene interrotta o un giovane è costretto a percorrere chilometri per frequentare una scuola superiore, quella “lentezza” cessa di essere una scelta esistenziale e rivela la sua vera natura: isolamento istituzionale.

Si confonde deliberatamente la tranquillità con la mancanza di infrastrutture, trasformando un deficit in una pittoresca virtù locale.

In questa assenza di idee, si cade nella trappola di puntare tutto solo sul turismo. Quando le istituzioni smettono di garantire i diritti fondamentali, l’unica risposta economica che si riesce a proporre è lo slow tourism. I nostri paesi rischiano così di trasformarsi in borghi vetrina: scenografie da set cinematografico vive e curate per tre mesi all’anno ad uso e consumo dei visitatori, ma “spente” e prive di servizi per i restanti nove. Un’economia illusoria che non crea sviluppo reale né garantisce il diritto di restare, ma genera solo occupazione stagionale, precaria e sottopagata, condannando la popolazione locale a una perenne dipendenza.

È impossibile condannare chi ha scelto di andarsene. Le radici e le tradizioni restano, ma a restare è anche la mancanza di servizi. Una vita perennemente in attesa pesa, ma soprattutto non sparisce con l’arrivo dell’estate.

Ed è proprio qui che si innesca un cortocircuito particolare. Spesso sono le stesse persone che hanno subito la spinta all’emigrazione a farsi cassa di risonanza di questa retorica. Proprio le stesse che hanno vissuto sulla loro pelle quell’attesa perenne per nulla romantica. La retorica è ormai così forte da far dimenticare la realtà anche a chi ha vissuto quella condizione.

L’intenzione di queste parole non è quella di commiserare la nostra regione né di venderla al miglior offerente come un luogo disperato in cerca di aiuto o come un fantastico villaggio vacanze per turisti di passaggio. La volontà non è quella di imbalsamare il passato per fare un favore allo sguardo nostalgico dei visitatori, ma quella di rivendicare la possibilità di costruire un futuro senza dover per forza valicare i confini della propria terra.

Ciò che mi preme mettere in luce è che la Basilicata è fatta di paesi e di comunità con una loro profonda complessità, che non può essere ridotta a qualche hashtag o ai dibattiti sui social. Gli spazi appartengono a chi li abita tutto l’anno e racchiudono la memoria di persone, sacrifici ed eventi che è semplicemente impossibile raccontare con uno scatto fotografico, e che nessuno potrà mai comprendere davvero dopo averci passato soltanto tre giorni. Rivendicare servizi e futuro per questa terra non significa rifiutare la bellezza dei nostri luoghi, ma pretendere che il diritto di restare abbia la stessa dignità del desiderio di tornare.

Autore

Ciao, piacere di conoscerti👋
dalla redazione di NumeroZero

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