IL TERZO LUOGO
Dove nasce la comunità
La comunità, intesa come volontario aggregarsi di individui allo scopo di sostenersi e stimolarsi a vicenda, oltre che condivisione di esperienze e di valori, non è autosufficiente: necessita di intenzionalità, di ricerca reciproca, di occasione.
Perché sembra così difficile la creazione di connessioni umane? Mancano le occasioni o la volontà?
La risposta potrebbe non consistere in una mancanza da parte della collettività, quanto piuttosto nell’assenza dei luoghi fisici in cui consentire lo sviluppo di occasioni sociali.
Il sociologo statunitense Ray Oldenburg, nel saggio del 1989 The Great Good Place, definisce il terzo luogo come “una generica definizione che comprende un’ampia varietà di luoghi pubblici, sedi di occasioni sociali regolari, spontanee, informali e attese con entusiasmo, dove gli individui si incontrano al di fuori della dimensione domestica e lavorativa”.
Il terzo luogo è una dimensione alternativa alla casa (“primo luogo”) e al lavoro (“secondo luogo”), dove l’individuo è libero di creare comunità “senza impegno”: a prescindere che abbia connotazione laica o religiosa, culturale o disimpegnata, ciò che lo caratterizza è che crei occasione di socializzazione al di fuori dei primi due luoghi sociali e non implichi necessaria produttività o riposo forzato.
La creazione di una rete sociale è una necessità antica quanto è antica la storia dell’uomo: dall’agorà greca alle tearooms britanniche, dagli spazi verdi nelle grandi città alle panchine lungo le vie dei borghi dell’entroterra, l’essere umano ricerca la compagnia dei suoi simili in spazi neutri, dove l’attività principale è la conversazione.
Dev’essere un luogo senza pretese, economico, informale e confortevole, tale da incentivare l’associazione e riprendersi una socialità che sta diventando sempre più virtuale.
Sicuramente il fattore social ha annichilito la volontà di approfondire i rapporti vis-à-vis: l’avere accesso ad una rete di relazioni digitali ha illuso gli utenti dei social network di poter sostituire la socialità dal vivo con quella virtuale; il risultato è un isolamento mascherato da garanzia di perpetua compagnia, quella che otteniamo dallo schermo.
Ascoltiamo i racconti dei nostri nonni, zii, genitori, di come fosse più facile “fare comunità”: il quartiere vissuto come estensione reticolare della famiglia, la piazza come punto d’incontro, il paese come nucleo di energia e non come limite alla costruzione di una rete sociale in città.
Non si può comunque attribuire tutta la responsabilità di questo isolamento fisico e psicologico soltanto alla tecnologia: in un progressivo deteriorarsi di ogni ambiente concepito come culla di comunità e associazioni disimpegnate, siamo privati della possibilità di usufruire di questi spazi a meno che non siamo disposti a pagare.
E se anche si fosse disposti a fare colazione tutti i giorni al bar, iscriversi ad un corso, frequentare un pub, comunque non è detto che ciò esaurisca il problema delle connessioni: il terzo luogo diventa inutile se non è raggiungibile.
Si può dunque ricondurre l’isolamento delle connessioni umane anche ad una difficoltà nelle connessioni fisiche, che non sempre può essere risolta dall’individuo.
È inevitabile l’isolamento di chi non possiede un mezzo di trasporto privato nel momento in cui neanche il trasporto pubblico sopperisce a queste esigenze, che si tratti di spostamenti urbani o extraurbani.
La disponibilità della cultura dipende anche dalla disponibilità delle strutture: ad esempio, i teatri presenti in Basilicata sono quattro, due per provincia; un numero esiguo, se si guarda alle regioni confinanti. In Calabria ce ne sono 12, in Campania 24, in Puglia 19.
La questione dell’accessibilità (o, piuttosto, dell’inaccessibilità) della cultura, dell’intrattenimento, dello sport o del relax è resa ancora più spinosa da un contesto, come quello della Basilicata, dove la promozione degli eventi è limitata da una sorta di ingenua omertà da parte di chi questi eventi dovrebbe pubblicizzarli, o quantomeno renderli accessibili.
Non è raro assistere ad una scarsa partecipazione da parte delle autorità e della stessa comunità nei confronti della novità, forse per via di una disillusione al cambiamento, una specie di “abbandono della nave”, o forse perché è più facile non provare affatto a cambiare le cose, piuttosto che abbracciare l’eventualità di un fallimento.
Ma la Basilicata merita qualcuno che creda nelle sue potenzialità, che sani i problemi strutturali e dia modo alle idee di concretizzarsi: lo spirito e la voglia non mancano, serve capire (e far capire) che ne vale la pena.

Grazie