La Basilicata che NON si capisce

Anatomia di una comunicazione pubblica inefficace


Facce note, idee vuote. Sembrano queste le due costanti della comunicazione politica elettorale nella nostra regione. Le campagne elettorali parlano tanto e ascoltano poco, soprattutto quando si tratta di giovani. Manifesti, post, slogan: tutto corretto, tutto prevedibile, tutto dimenticabile. Il problema non è che i ragazzi non capiscano la politica, è che non riconoscono nulla che valga la pena seguire. Quando il messaggio è piatto, la distanza diventa scelta, e l’astensionismo smette di essere un mistero per diventare una conseguenza.

Il rumore che spegne il voto

Quando parliamo di campagna elettorale, intendiamo l’insieme delle strategie (quindi messaggi, media, eventi, linguaggi) con cui partiti e candidati cercano di attirare l’attenzione degli elettori e convincerli a votare per loro. Questo processo può sembrare scontato sulla carta, ma nella realtà pratica è la chiave di volta tra coinvolgimento e apatia democratica.

In Basilicata, e in particolare nel capoluogo Potenza, la comunicazione politica ha sempre avuto un carattere locale e di prossimità: incontri in piazza, comizi tradizionali, volantini porta-a-porta. Questo modello, tipico fino agli anni ’90, puntava più sulla presenza fisica che su contenuti coerenti e rilevanti.

Il risultato? Una politica tattica, spesso autoreferenziale e poco radicata nei problemi reali delle persone. E qui comincia la caduta. Con l’avvento dei social media e della digitalizzazione, i partiti non hanno saputo né aggiornare né professionalizzare adeguatamente la propria comunicazione.

La comunicazione politica non è solo “pubblicità”: è relazione. È spiegare, convincere, ascoltare. E per farlo bene servono tre elementi fondamentali: chiarezza di contenuti, rilevanza locale (messaggi pensati per chi vive Potenza e la sua provincia, non per l’elettore generico) e dialogo bidirezionale.

La qualità delle informazioni che l’elettore riceve è uno dei fattori predittivi più forti della partecipazione al voto. Se la rete di comunicazione è povera o poco convincente, cresce l’apatia. Chi dovrebbe spingerci a partecipare non ci dà un motivo comprensibile per farlo: e infatti non partecipiamo.

Comparse generazionali

Negli ultimi anni, in Basilicata, si è affermato un nuovo rituale della campagna elettorale: la foto con i giovani. Non importa chi siano o cosa pensino, l’importante è che siano numerosi, sorridenti e possibilmente stipati davanti a un comitato elettorale, dentro una sede di partito improvvisata o in qualsiasi luogo che, per qualche ora, venga dichiarato “spazio di partecipazione”.

Il candidato al centro, circondato da ragazzi e ragazze, riesce così a ottenere un duplice risultato simbolico: ringiovanire se stesso e accreditarsi come qualcuno che “ascolta i giovani”. Peccato che, molto spesso, l’apice del coinvolgimento giovanile si esaurisca proprio in quello scatto.

I giovani diventano prova visiva di un dialogo che non c’è mai stato: non conoscono le idee del candidato, non sanno cosa stiano sostenendo e, nella migliore delle ipotesi, vengono coinvolti come comparse di una narrazione pensata da altri.

È una partecipazione che dura il tempo di una storia su Instagram e che serve più a rassicurare l’elettorato adulto che a costruire reale rappresentanza. In Basilicata, più che ascoltati, i giovani sembrano spesso “inquadrati”: utili per l’immagine, irrilevanti per le decisioni.

Fuori frequenza

L’altra faccia della stessa medaglia è la Basilicata interna: borghi, aree rurali, piccoli centri dove la televisione e la stampa cartacea restano ancora i mezzi più usati dagli over 65. Eppure la comunicazione resta spesso digitale o altamente tecnologica.

Il paradosso è lampante: si parla in digitale a chi vive analogico. La letteratura internazionale sull’impatto della comunicazione sociale nella vita degli anziani rurali mostra che una comunicazione efficace è multilivello: fisica (luoghi d’incontro), sociale (reti di relazioni) e psicologica (sensazione di appartenenza e ascolto). Non basta mandare messaggi: bisogna creare spazi comunicativi reali e visibili nelle comunità.

Il confronto col passato è netto: prima contatto diretto e problemi tangibili; oggi digitalizzazione senza strategia e messaggi indistinti. Così si rompe il legame tra campagna elettorale e vita reale.

Se la politica vuole invertire la rotta, deve fare una cosa semplice e radicale: parlare come se il pubblico contasse davvero.

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dalla redazione di NumeroZero

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