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chi vota o chi vive?
C’è una generazione che cresce prima della maggiore età, che viene introdotta al concetto di manifestazione e che fa sentire la propria voce in piazza a partire dalla prima adolescenza; una che si informa, dà una forma alle proprie ideologie, discute: questa generazione siamo noi, e speriamo di coltivare la passione anche per quella che seguirà.
La vera domanda, dunque, è: la partecipazione politica coincide davvero con una scheda nell’urna? O esiste anche fuori dalle cabine elettorali qualcuno che, non avendo ancora diciott’anni, vive ogni giorno la politica?
La democrazia preferisce accogliere le istanze da chi preferisce l’astensione, pur disponendo del tanto combattuto diritto di voto, e non dalla voce a priori repressa dei giovani. In tempi in cui l’età anagrafica stabilisce chi “partecipa” e chi resta ai margini, abbiamo scelto di ascoltare l’esperienza di una ragazza che è ancora costretta a rimanere sugli spalti, per chiederci se partecipare significhi solo votare o, prima ancora, vivere.
Hai 16 anni e non puoi ancora votare, eppure hai un’ideologia politica molto definita, ampia consapevolezza e partecipi attivamente alla vita pubblica. Come vivi il fatto di non poter esercitare il diritto di voto, soprattutto se pensi a chi, nonostante ne abbia la possibilità, sceglie di non farlo?
Ritengo che non poter votare, considerando le mie opinioni forti e la mia corretta informazione, sia un po’ frustrante, ma allo stesso tempo comprendo che sia giusto dover raggiungere la maggior età per avere maggior certezza delle mie idee attuali.
Quali sono, secondo te, le forme di partecipazione politica più accessibili ed efficaci per i giovani che non possono ancora votare?
Le forme più accessibili per noi giovani sono soprattutto le manifestazioni, dibattiti scolastici o qualunque contesto in cui è possibile far sentire la propria voce, anche banalmente parlandone con i nostri coetanei o in famiglia.
Saprai, però, che molti tuoi coetanei o molte famiglie si rifiutano di parlare di politica. Molte famiglie addirittura vogliono allontanare i propri figli da essa, ritenendo che siano “troppo piccoli”, o magari vogliono inculcar loro le proprie ideologie, non permettendo loro di informarsi da sé. È il tuo caso? Oppure sei legata a persone, amici o parenti che siano, con cui puoi condividere liberamente il tuo pensiero senza che venga rifiutato o sviato?
Fortunatamente non è il mio caso, sono circondata da amici con cui posso parlare apertamente di politica e confrontarmi tranquillamente, senza pretendere di far prevalere i nostri ideali. Anche nella mia famiglia, quando abbiamo opinioni diverse, c’è rispetto e ascolto reciproco, questo mi permette di avere un pensiero personale senza sentirmi condizionata. Spero che tutti possano avere questa fortuna per crescere senza sentirsi limitati.
Se potessi parlare direttamente alle istituzioni, cosa chiederesti per far sì che le voci dei minorenni vengano ascoltate?
Alle istituzioni chiederei di ascoltare realmente la voce dei giovani, trattando con serietà le assemblee studentesche o svolgendo a scuola educazione civica seria, non solo in maniera teorica ma anche pratica.
Per concludere, guardando al futuro, che tipo di cittadina pensi che diventerai, quando potrai finalmente votare? Credi che questa attesa stia già plasmando il tuo rapporto con la politica?
Spero di diventare una cittadina responsabile che eserciterà sempre il suo diritto di voto: l’attesa mi sta aiutando a formare correttamente il mio ideale politico.
Rappresentando i fastidi di un’intera generazione, ascoltiamo una voce quasi innervosita dal non poter votare, con la consapevolezza che chi può farlo decide piuttosto, nei giorni ad hoc, di “andarsene al mare” (com’è successo, ad esempio, per i referendum popolari abrogativi dell’8 e il 9 giugno 2025).
Mentre c’è un adulto che rinuncia a un proprio diritto e dovere fondamentale con leggerezza, c’è una giovane che lo sente già suo e freme di impazienza per poterlo esercitare. Fa da portavoce per tutti i suoi coetanei che necessitano di essere ascoltati ma vengono repressi nella democrazia, a partire dai loro amici e dalla loro stessa famiglia.
Quello che forse non viene compreso è che la democrazia non si rafforza allontanando i giovani, ma investendo su di loro. Ignorarli significa spronarne la distanza dalla vita pubblica e alimentarne la sfiducia verso di essa; coinvolgerli significa costruire un Paese più giusto, più consapevole, con più uguaglianza.
E forse la politica dovrebbe cominciare proprio da qui.
