L’Età che non lascia traccia
Quando il futuro si dissolve prima ancora di iniziare
I Giovani lucani al di fuori delle agende politiche non sono poi così tanto interessanti. Una presenza che si sente appena, quasi trasparente, che spesso non trova spazi né voce. Abbiamo notato una bizzarra differenza tra una “Basilicata dei bandi” e una “Basilicata reale” e ci siamo anche domandati quale fosse realmente il fenomeno che viviamo sulla nostra pelle tutti giorni: l’isolamento generazionale. Si intende l’impossibilità di farci ascoltare delle istituzioni, provocando una frattura e impedendo un vero e proprio ricambio generazionale; l’assenza di reali ed effettivi centri di aggregazione e confronto; una delle più grandi piaghe della nostra generazione, lo spopolamento, e l’assenza di un mercato del lavoro dignitoso.
Il fallimento parte dai luoghi. Ci hanno raccontato la favola di bandi ed iniziative giovanili, con una politica che ci usa solo a convenienza, ma la cosiddetta “Basilicata reale” è ben diversa. La realtà ci restituisce locali polverosi aperti a singhiozzo, spesso gestiti secondo logiche clientelari o abbandonati all’ incuria. Sono scatole vuote dove non si aggrega nulla se non la noia. Senza uno spazio fisico che sia dinamico e non solo un tetto, l’unico vero luogo di incontro rimasto è il solito bar della piazza, dove le prospettive si abbassano radicalmente, soffocando ogni scintilla di confronto. Quando questi spazi non esistono la socialità si riduce e si sposta altrove: fuori regione o online.
Lo svuotamento dei nostri borghi è l’esito di una costante miopia politica che ha trasformato il restare in un atto di eroismo masochista. Spopolamento nella maggior parte dei casi non per volontà ma per necessità.
L’isolamento non è solo geografico ma psicologico: è la sensazione di abitare in un immenso ospizio a cielo aperto mentre osservi i tuoi amici d’infanzia apparire solo in storie instagram tra Roma, Milano e Napoli.
Pesa anche un profondo divario tra generazioni, chi prende decisioni spesso si muove dentro schemi diversi, legati a un’idea più stabile e lineare del lavoro e della vita. Le nuove generazioni, invece, si confrontano con precarietà, cambiamenti continui, percorsi meno prevedibili.
Tra le due visioni il dialogo fatica a trovare spazio e ciò comporta spesso incomprensioni reciproche. Il fulcro del discorso rimane quello delle opportunità, infatti la Basilicata è in svantaggio rispetto al resto del paese con circa il 17% dei giovani tra i 15 e i 30 anni che non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione, i cosiddetti NEET, con quasi il 2% in più rispetto alla media nazionale (ISTAT). Negli anni sono state messe in campo diverse misure per provare ad invertire la tendenza: incentivi alle imprese per assumere giovani, fondi per l’auto-imprenditorialità (Bando Resto al Sud). Eppure nonostante questi strumenti la sensazione generale è che non basti, infatti spesso si tratta di interventi frammentati che non incidono davvero sulle scelte di vita dei giovani. Ad aggravare la situazione interviene quindi l’assenza di un mercato del lavoro che sia dignitoso, non manca il lavoro in senso assoluto ma manca la possibilità di essere professionisti senza dover chiedere a qualcuno.
Il risultato finale è una generazione che ha perso la voce perchè le è stato tolto il megafono. Si parla costantemente di noi nei tavoli tecnici, ma con noi si dialoga poco. Siamo diventati un tema da trattare, una voce di bilancio, mai interlocutori reali. Prima di costruire il “nuovo”, bisogna ammettere che il “vecchio” ha fallito. E questo deserto, purtroppo, è l’unica eredità che ci è stata lasciata davvero integra.
