Intervista a Don Marcello Cozzi
“Quando ripenso alla Val d’Agri degli anni ’90, mi torna subito in mente la mia prima esperienza da parroco a Grumento. Erano gli anni in cui cominciavano ad arrivare i camion delle multinazionali per le prime trivellazioni. Venivano a fare quelli che chiamavano “carotaggi”, perché già si sapeva della presenza del petrolio, anche se il Centro Oli ancora non esisteva. Ricordo bene i contadini che venivano da me a lamentarsi. Quelle aziende entravano nei loro terreni senza chiedere permesso. Per loro bastava un foglio d’autorizzazione per sentirsi legittimati a scavare in terreni privati, terreni che quelle famiglie custodivano da generazioni. Il senso di impotenza della gente del posto. La sensazione di essere impreparati davanti a qualcosa di così grande.
Eppure, nello stesso tempo, molti vedevano tutto questo come una possibilità. Con l’arrivo del progetto del Centro Oli si parlava di lavoro, di crescita, di ricchezza. Organizzammo assemblee pubbliche nelle piazze e ricordo quanto fossero partecipate. A sorpresa, tante persone difendevano la presenza delle multinazionali: vedevano nello sfruttamento del petrolio un’occasione di sviluppo e di valorizzazione del territorio.
Con il passare degli anni, però, iniziarono ad emergere anche i primi malcontenti. Il lavoro arrivava, sì, ma spesso era lavoro non specializzato. Gli abitanti del posto venivano assunti soprattutto come operai, mentre la formazione tecnica e specialistica era riservata a persone che arrivavano dal nord. Nel frattempo cambiava anche il territorio. I contadini più anziani mi invitavano a vedere i loro campi e io restavo colpito da quei vigneti plurisecolari della Val d’Agri, di cui parlava persino Plinio il Vecchio. Iniziavano lentamente a inaridirsi, mentre quella fiamma continuava a bruciare senza sosta. Ma a cambiare non era soltanto il paesaggio. Cambiavano anche le dinamiche sociali. Quando iniziano a circolare soldi, inevitabilmente cambiano comportamenti, abitudini e costumi. In quegli anni comparvero fenomeni che la Val d’Agri non aveva mai conosciuto prima: giri di prostituzione, droghe, nuove forme di illegalità. Quando girano soldi, arrivano anche dinamiche che prima non esistevano. Non ho dati per affermare con certezza determinate cose, ma una domanda continua ad accompagnarmi da anni: come può la Basilicata, una terra che possiede due immense ricchezze come l’oro nero e l’oro blu, restare una delle regioni più povere d’Italia?
Da una parte il più grande giacimento petrolifero d’Europa in terraferma, dall’altra l’acqua, una risorsa preziosissima.
Eppure tanti giovani continuano ad andare via per costruirsi un futuro altrove. Allora viene spontaneo chiedersi: queste risorse, gli interessi di chi hanno davvero tutelato? Ricordo anche le parole di un ingegnere di una multinazionale del petrolio. Una sera, durante una cena, mi disse che il vero problema della Val d’Agri era “l’estrazione in nero dell’oro nero”. Una frase pesante, che mi è rimasta dentro e che negli anni mi ha fatto riflettere molto. Ed è proprio da questa contraddizione che nasce, per me, la riflessione più importante. Perché se il petrolio e l’acqua rappresentano le grandi ricchezze della Basilicata, allora mi chiedo come sia possibile che la regione continui a perdere la sua risorsa più preziosa: i giovani. Il petrolio, prima o poi, finirà. I giovani no. I giovani possono rappresentare una ricchezza che dura nel tempo. Eppure continuiamo a valorizzare le risorse del territorio senza valorizzare davvero le persone.
Non basta creare posti di lavoro per convincere un giovane a restare. Serve anche un contesto sociale e culturale capace di offrire spazi per vivere la fantasia, la creatività e la voglia di costruire il futuro. E allora bisogna chiedersi perché, nonostante quello che è stato fatto negli ultimi anni, tanti giovani continuino ancora ad andare via. Probabilmente perché spesso si trovano davanti a circuiti chiusi, dove puoi entrare soltanto se sei “amico dell’amico” o “parente del parente”. E chi resta fuori da questi meccanismi, alla fine, sceglie di andarsene perché non si sente libero di essere valorizzato.
Ma ai giovani non direi soltanto: “Siete stati costretti ad andare via”. Direi anche che devono prendersi le proprie responsabilità, rimboccarsi le maniche e trovare il coraggio di ribellarsi a questo sistema. Una ribellione nel senso più bello del termine. Ribellarsi significa dire basta a un sistema che lascia spazio sempre agli stessi e pretendere il diritto di restare in Basilicata per costruirla secondo la propria immaginazione, non secondo gli interessi di chi c’è sempre stato. Denunciando quei meccanismi fatti di persone che ogni giorno chiudono le porte e impediscono a tanti ragazzi di avere le stesse possibilità degli altri. Perché tutti i giovani devono avere il diritto di restare nella propria terra e costruire qui il proprio futuro.”

Intervista a cura di Francesca Larocca

Bellissimo ed amaro resoconto della devastazione e occupazione di una regione ,che ha abitanti fieri ma non inclini alla lotta,alla redistenza. Si sono avviliti in passato ,lasciano scorrere nel presente e finiscono in mano a lazzari che sfruttano il territorio ea cui fa gioco il deserto che si crea attorno . Politici in vista, poco coraggiosi ,che sono in Parlamento o addirittura poco interessati alla loro regione ma solo al loro scranno. Mi fanno orrore. Si meritano la Meloni e tutto.il resto ,quelli che li umiliano ,ma loro sono gli ignavi.