
Care ragazze e cari ragazzi,
quando nasce una nuova iniziativa editoriale, grande o piccola che sia, succede sempre una cosa che alle nostre latitudini sembra quasi misteriosa: qualcuno decide che il silenzio non basta più. Che le chiacchiere al bar, le idee dette a metà, i sogni raccontati solo agli amici stretti meritano carta, inchiostro e soprattutto coraggio. E il coraggio, in Lucania, non è mai stato rumoroso. È quello delle partenze all’alba, delle valigie leggere e dei ritorni pieni di storie. È quello di chi resta e prova a inventarsi un futuro senza chiedere il permesso a nessuno. Un giornale, poi, è un animale strano: nasce piccolo, quasi timido, ma ha la presunzione bellissima di voler capire il mondo. E magari anche di cambiarlo un poco — che già sarebbe un miracolo sufficiente. Scrivere significa fermare per un attimo il tempo, dire: “Aspetta, questa cosa vale la pena raccontarla”. Vi auguro di non diventare mai troppo seri. La serietà, quando è eccessiva, asciuga le parole. Tenetevi stretti invece l’ironia, che è una forma di intelligenza meridionale: quella che sa ridere anche delle proprie malinconie e trasformarle in racconti. Parlate dei vostri paesi, delle piazze, delle contraddizioni, delle cose belle e di quelle storte.
Non cercate di sembrare altrove: il mondo, oggi più che mai, ha bisogno di voci che sappiano da dove vengono.
E la Basilicata — lo sappiamo — sembra silenziosa solo a chi non sa ascoltare. Un giornale non è fatto di soltanto notizie, ma di sguardi: quelli che si posano sulla sua carta, e quelli di coloro che fissano il foglio bianco in attesa di riempirlo. I vostri sguardi che, adesso, sono nuovi. Approfittatene: guardate tutto con curiosità, fate domande scomode, difendete la leggerezza e non abbiate paura degli errori. Gli errori sono bozze della vita. Vi immagino mentre preparate il primo numero, tra entusiasmo e panico, con qualcuno che dice “ma chi ce lo fa fare?”. Ecco, tenetevi stretta proprio quella domanda: è lì dentro che nasce ogni avventura degna di essere vissuta. Buon inizio, dunque. E ricordatevi che le storie, come le strade del Sud, non vanno mai dritte — ma arrivano sempre da qualche parte.
Con affetto e un pizzico di musica in tasca.

Foto di SinixLab (G. M. Ireneo Alessi) / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0 – immagine modificata

Lo spopolamento della Basilicata: una sfida per ciascuno di noi
Tra radici, partenze e nuove responsabilità
La nostra Basilicata sta affrontando una delle sfide più intense e profonde della sua storia recente: la perdita costante di abitanti, che riguarda in modo particolare i giovani, i quali, dopo gli studi superiori, vanno spesso fuori regione, stabilendosi poi definitivamente altrove.
Secondo gli ultimi dati ISTAT, tra il 2002 e il 2025 la popolazione lucana è diminuita in modo molto rilevante, da più di 600 mila abitanti a circa 530 mila. La fascia più colpita è proprio quella tra i 15 e i 34 anni, scesa di oltre il 30% nello stesso periodo, mentre gli over 65 sono aumentati significativamente. In particolare, il tasso migratorio negativo dell’ultimo anno è tra i più alti d’Italia (-5,5 per mille). Oltre 4.000 laureati hanno lasciato la regione negli ultimi cinque anni, spesso giovani in cerca di migliori opportunità, causando un calo demografico significativo che minaccia la tenuta sociale della regione.
Il fenomeno è strutturale: ogni anno diverse centinaia di giovani, spesso quelli più formati professionalmente, abbandonano la Basilicata per studiare o lavorare altrove, soprattutto nelle grandi città del Centro o del Nord Italia o all’estero, inseguendo possibilità che la propria terra spesso non riesce a offrire con continuità.
Il fatto in sé, come è ben noto, non è nuovo. Da sempre una percentuale di giovani se n’è andata a cercare fortuna altrove, per necessità o per scelta. Se però fino a qualche tempo fa questo fenomeno riguardava una percentuale rilevante, ma pur sempre limitata della popolazione, oggi si configura come un fenomeno massivo.
Non solo. Certamente i numeri brevemente illustrati sopra si inseriscono in un quadro di declino demografico che non è evidentemente un problema solo lucano, ma che costituisce un tema nazionale. In Basilicata, tuttavia, questa problematica si manifesta con particolare intensità e drammaticità, come gli intellettuali lucani più attenti non mancano di far notare da tempo con allarme.
Quando la redazione di questa nuova rivista online cui faccio gli auguri più sinceri, mi ha chiesto un commento su questo fenomeno, partendo dalla mia esperienza, le ho detto che forse ero la persona meno adatta.
Non solo non sono un esperto della materia, ma anzi, ho l’aggravante di essere uno di quelli che se ne sono andati via, per di più qualche decina di anni fa (pur mantenendo, per ragioni familiari, un filo di presenza ininterrotto nel tempo con Potenza).
Fortunatamente non l’ho fatto né per necessità né per rinnegare le origini, ma per inseguire un futuro più aderente ai miei desideri professionali.
Sono stato, per gran parte della mia carriera professionale, vincendo un concorso pubblico, funzionario della Camera dei deputati, e mi sono occupato per anni del “governo” dell’Assemblea di Montecitorio, stando a fianco del Presidente di turno. Un lavoro certamente dietro le quinte e non sulla ribalta, ma molto interessante e intenso, che mi ha fatto conoscere cose e persone e che mi ha consentito di comprendere, per così dire, “dal vivo”, oltre che le regole, le dinamiche della democrazia e della legislazione.
Ora sono da più di cinque anni Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ove sono giunto a seguito di un voto unanime delle competenti commissioni parlamentari: una nuova sfida in un settore in grandissima trasformazione.
Comunque, dalla Basilicata me ne sono andato e chi se ne è andato, come dire, non è certamente nella posizione di dare consigli a chi rimane (incidentalmente chi se ne va, per quanto soddisfatto sul piano professionale e personale, ha sempre il dubbio di aver fatto bene ad andarsene, ma ovviamente le sliding doors esistono solo nei film).
Con questi limiti e questa consapevolezza affronto quindi brevemente il tema, sapendo peraltro di fare soltanto alcune (forse banali) affermazioni generali, mentre esso meriterebbe ben altra riflessione e ben altro approfondimento.
Come è ovvio, la scelta di partire non dovrebbe essere una necessità dettata dalla mancanza di prospettive, ma una possibilità tra le tante.
A questo punto, lo svolgimento tradizionale richiederebbe probabilmente la chiamata in campo delle istituzioni.
C’è inevitabilmente una responsabilità che ricade su chi dirige la società e sulla comunità intera: mettere chi cresce in Basilicata nella condizione di poter scegliere, senza dover rinunciare alle proprie radici o ai propri sogni. Probabilmente la stessa Università della Basilicata andrebbe rafforzata e potenziata.
Dico questo, proprio perché mi occupo d’altro, solo basandomi sui numeri, senza sapere in dettaglio ciò che si sta facendo in concreto; dunque, è una considerazione generale e non una specifica critica politica.
E tuttavia mi sembra riduttivo pensare che tutto debba venire necessariamente solo dall’alto, per quanto importante possa essere l’impulso della mano pubblica. Mi sembra che cambiare le condizioni di partenza richieda uno sforzo collettivo da parte dell’intera società regionale e da parte di ciascuno dei suoi componenti, attraverso un cambio di paradigma e di impostazione.
Le istituzioni, le imprese e la società civile devono impegnarsi in strategie concrete: investire sull’innovazione, sulla formazione, sull’imprenditoria giovanile, migliorare i servizi, promuovere la cultura e l’accoglienza, sostenere chi vuole mettere radici o tornare.
Se posso dare un consiglio minimo ai giovani che si trovano a progettare la loro vita, anche in Basilicata, è comunque quello di aprirsi e confrontarsi con il mondo esterno (quello fuori della Regione, ma anche quello fuori del Paese) e non chiudersi né nel “piccolo è bello”, né nel “Basilicata è bello”. Banalmente, avrà un senso restare e non andarsene se si riusciranno a creare in Basilicata eguali condizioni o comunque condizioni comparabili rispetto a quelle di fuori, in termini di qualità della vita e di qualità del lavoro, e questo non può che essere frutto di uno sforzo collettivo che coinvolga tutti e nel contempo ciascuno individualmente.
Viviamo certamente un momento di grande trasformazione. La tecnologia oggi permette di mantenere i contatti con la nostra terra e con l’esterno, di lavorare a distanza, di costruire reti (virtuali e personali) che un tempo erano impensabili. Probabilmente il modello di società che i giovani lucani potranno sviluppare sarà diverso da quello che ha conosciuto la mia generazione, e più ancora da quello di quella precedente.
Se guardo indietro al mio percorso, posso comunque affermare che la formazione ricevuta sui banchi del Liceo Classico Orazio Flacco di Potenza non mi ha mai fatto sentire inadeguato o meno preparato rispetto ai colleghi originari di altre regioni. Al contrario, ho sempre riscontrato che la solidità degli insegnamenti e la ricchezza della tradizione educativa lucana sono un valore aggiunto. Spesso, durante la mia esperienza professionale fuori dalla Basilicata, mi è capitato di incontrare altri lucani affermati, professionisti rispettati, ricercatori, imprenditori, artisti e studenti brillanti. Al di fuori dei confini regionali, i lucani si distinguono per capacità, tenacia e spirito di adattamento, e sono spesso apprezzati per la loro serietà e la loro preparazione.
Sono certo che queste condizioni di partenza non manchino nemmeno oggi.
La sfida, per le nuove generazioni, e, per quanto detto sopra, non soltanto per le istituzioni pubbliche ma per la società lucana nel suo complesso, è quella di saper invertire la rotta e restituire vitalità a una regione che ha ancora tanto da offrire, nella speranza che il talento dei giovani non sia disperso, ma diventi il motore di una Basilicata nuova e orgogliosa delle proprie possibilità.
Non ci sono bacchette magiche, ma bisogna volerlo, tutti e ciascuno per la sua parte.
Giacomo Lasorella
Presidente AGCOM
